La mia vita da troia

Mi chiamo Samara e sono sposata con un cornuto di nome Paolo. Fin da fidanzati, gli piaceva
mettermi in mostra e io ci godevo moltissimo. Le prime volte ebbero inizio nel 1982: allora avevo
19 anni e Paolo 20, ad entrambi piaceva trasgredire. A Paolo piaceva mostrarmi e la cosa lo faceva
eccitare da morire. La sua audacia mi provocava un piacere immenso: all’epoca, ero una ragazza
introversa e tutti i giochi messi in atto fino ai 24 anni, voglio racchiuderli in un solo racconto.
Una delle cose che lui amava molto, era quella di farmi mostrare le cosce in auto, soprattutto
quando affiancavamo camion, autobus, oppure ci fermavamo al distributore per far benzina.
Alcune volte, ad esempio al distributore, mi faceva togliere le mutandine e il fortunato di turno
non poteva non accorgersene; il poverino cercava di sbirciare, guardandomi le cosce, del resto la
gonna, o il vestito, era quasi sempre tirata su fino all’inguine. Altre volte si fermava a chieder
indicazioni a qualche passante, soprattutto anziano. Era una cosa che lo eccitava tantissimo, poi, ci
fermavamo in camporella e si eccitava da morire a sentirmi bagnata così da tirarsi una sega;
questo, per lui, era lo sport preferito.
In estate, spesso, quando eravamo insieme, omettevo di indossare l’intimo. Andavamo al mare e
indossavo il costume in cabina; spesso andavamo a Maccarese, nello stabilimento Miramare, dotato di cabine, e lì indossavo il costume. Eravamo sempre in compagnia di amici e, in
particolare, un suo carissimo amico, Fabio, più grande di qualche anno, con un fisico da paura:
faceva pallanuoto, ma era molto timido. In spiaggia, giocavamo spesso a palla e, anche in acqua,
spesso, con il pretesto di rubargli la palla, cercavo un contatto con lui. Paolo aveva capito che
Fabio mi piaceva ed insistette per provocarlo. Ricordo una sera, era tardissimo, eravamo io, Paolo,
4 ragazzi e 2 ragazze. Paolo guidava la macchina, accanto era seduto un amico ed io e Fabio dietro;
indossavo un vestitino abbastanza corto e, sotto, nulla. Facendo finta che avessi sonno, chiesi a
Fabio se potevo stendere le gambe sulle sue; allora feci in modo che il vestitino salisse su, quasi
del tutto. Fabio non sapeva dove metter le mani. Feci in modo di girarmi su un fianco e, di
proposito, feci sì che il culo restasse scoperto. Ad un certo punto, ci fermammo perché c’era un
incidente; rimanemmo fermi per parecchio tempo, io non mi muovevo. Poi, ho finto di svegliarmi,
e mi tirai su a sedere composta
Quando ripartimmo, tornai ad appoggiarmi con la testa sopra le gambe di Fabio, sempre facendo
in modo di far risalire il vestitino; di tanto in tanto, giravo la testa verso di lui e, ad un certo punto,
sentii che la sua mazza era bella dura; rimasi ferma, fino all’arrivo a casa di Fabio, che ci salutò.
Accompagnammo l’altro amico e, quando siamo rimasti soli, dissi a Paolo che volevo il suo cazzo.
Mi accontentò, ma dopo soli due secondi, venne sul mio pancino. Lo obbligai a leccarmela e
toccarselo, cosa che fece con molta enfasi, facendomi raggiungere l’orgasmo due volte e venne di
nuovo pure lui. Un’altra location, che mi creava molta eccitazione e vivevo bellissime emozioni,
erano i metrò, il treno. Un pomeriggio avevo appuntamento con Paolo alla stazione della
metropolitana di Ostiense. Faceva un caldo opprimente, era un afoso pomeriggio di fine giugno.
Presi la Metro alla Stazione Termini e, come al solito, la trovai affollatissima. Indossavo un vestito
abbastanza leggero e, come intimo, solo slip, senza reggiseno. Appena a bordo, mi trovai
schiacciata tra un ragazzo davanti ed un signore dietro, che spingeva il suo pube sul mio fondo
schiena. Ogni volta che si verificava una frenata o uno scossone, il signore alle mie spalle
approfittava per spingersi su di me, facendomi avvertire al meglio il suo arnese. Mi stavo
bagnando e la cosa andò avanti fino alla stazione Ostiense, dove scesi, interrompendo il gioco, che
​comunque mi lasciò abbastanza eccitata. Salita in auto con Paolo, che mi aspettava, mi alzai il
vestito e gli feci mettere una mano tra le cosce, senza curarmi di quanti ci passavano affianco e gli
feci sentire quanto ero bagnata, raccontandogli ogni cosa. Eccitato, mi disse che voleva che lo
rifacessi con lui presente, facendo finta che non ci conoscessimo. Questa cosa l’abbiamo fatta
diverse volte e ci eccitava parecchio, per poi sfogare l’eccitazione accumulata con la solita sega a
lei, mentre io che mi masturbavo o gli facevo leccare la fighetta.
Una tra le volte che abbiamo fatto questo giochetto, era inverno: indossavo calze autoreggenti,
senza intimo, gonna larga, che arrivava a metà coscia. Entrammo in metrò e, appena partì, sentii
una mano appoggiarsi sulle mie natiche; cercai di girarmi per capire, ma non ci riuscii; vedevo
Paolo che mi guardava e la cosa andò avanti fino alla stazione Colosseo, dove scendemmo, e così
potei vedere in viso la persona alle mie spalle, mi sorrise e scese a sua volta: mi allungò un suo
bigliettino da visita.
“Se vuoi, senza impegni, chiamami.”
Si allontanò e rimasi leggermente sbalordita.
“Guarda, Paolo, mi ha dato un suo recapito e mi ha detto che, se lo chiamo, ne sarebbe più che
contento.”
Paolo, eccitato come un toro, mi disse:

Proviamo a chiamarlo?

. Io ero titubante, ma, dopo alcuni giorni, di assidua insistenza da parte
sua, chiamai il tizio da una cabina telefonica. Fu subito evidente la sua gioia nel sentir la mia voce;
anche la sua era una bella voce e mi convinse a raggiungerlo a casa ed io accettai.
Il sabato successivo mi presentai da lui, indossando gli stessi abiti del metrò.
“Che meraviglia! Complimenti! Sei davvero uno splendore! Siediti, che ti offro qualcosa!”
Mi offri un tè e, dopo aver parlato per una decina di minuti, gli dissi che dovevo andar via, perché
c’era il mio ragazzo che mi aspettava. Era vero: mi aspettava all’interno della sua auto.
“Ma no, dai, aspetta un momento! Che fretta hai? Dai, alzati e vieni qui, vicino a me.”
Rimasi quasi un’ora. Mi fece tanti complimenti, mi fece alzare e iniziò a toccarmi le gambe,
salendo man mano fino alle natiche.
“Mi piacerebbe giocare con te.”
Io l’ho guardato un po’ intimidita.
“In che modo vuole giocare con me?”
Lui mi ha detto che gli sarebbe bastato guardarmi, toccarmi e farmi godere, senza dar luogo a
nessuna penetrazione. Mi chiese se desiderassi vederglielo, accettai e lui lo tirò fuori. Era un bel
cazzo, molto più grande di quello del mio ragazzo cornuto. Mi fece togliere la gonna, il suo cazzo
era bello duro. Me lo mise in mezzo alle cosce ed iniziò a fare su e giù. Stavo godendo a sentire il
calore di quel cazzo senza penetrazione. La mia fica grondava. Ad un certo punto, mi disse che
stava raggiungendo l’orgasmo, mi spostai e lui venne copiosamente sul mio ventre. Era
contentissimo, io un po’ di meno, perché non avevo raggiunto l’orgasmo, però ero eccitatissima:
avrei voluto farmi penetrare, ma c’era Paolo che mi aspettava.
“Ora devo proprio andare.”
Prima di andar via, mi regalò centomila lire.
“Con questi, comprati qualcosa di intimo da farmi vedere la prossima volta.”
Andai via e raccontai tutto al cornuto, che si eccitò come al solito; gli dissi che avevo voglia d’esser
scopata. Trovammo un posticino apparato, gli salii sopra, ma, dopo appena tre secondi, venne; per
fortuna assumevo la pillola. Rimasi sopra di lui ed continuai a far avanti e dietro con il bacino,
senza fermarmi, così da venire tre/quattro volte di seguito. Soddisfatta, l’ho obbligato a pulirmi.
“Cornuto, leccami tutta e bene!”
Lui vi provvide con la lingua, senza batter ciglio, poi lo baciai; riprendemmo il discorso sul fatto che
il tizio voleva rivedermi e gli feci vedere le centomila lire che mi aveva regalato. Rividi il tizio altre 4 direttore, di nome Marco, mi aveva proposto di vederci il pomeriggio del giorno dopo. Con
l’autobus, per arrivare alla Upim, ci volevano 30 minuti ca, quindi dissi al cornuto di aspettarmi in
un posto non molto lontano, per le ore 20:00. Quel pomeriggio, prima di uscire, mi preparai molto
accuratamente, con calze e reggicalze, mutandine normali e semplici, reggiseno ed un vestito di
flanella, elasticizzato. Arrivai per le 17:00 e, dopo dieci minuti che ero all’interno della Upim, ecco
Marco che mi chiese di seguirlo. Entriamo in una porta che portava al magazzino e, oltre una
porticina, dove non c’era nulla tranne una luce fioca, chiuse a chiave e, senza dir nulla, mi fece
inginocchiare poggiandomi le mani dietro la schiena, mi fece inginocchiare e mi obbligò ad
abbassargli pantaloni e mutande con la bocca. Venne fuori un cazzo che, già da moscio, era
enorme, con una cappella che sembrava un fungo; ero in evidente difficoltà, con quelle mani
dietro la schiena, ma Marco mi disse di iniziare a leccare le palle, che sembravano due noci, poi,
con la lingua, iniziare a leccar il cazzo, che prendeva a indurirsi.
Con una mano prese quella bestia e mise la cappella nella mia bocca, che faticava ad accoglierla,
poi iniziai a far su e giù con la bocca, ma lui tolse il cazzo dalla bocca e iniziò a sbattermelo sul viso.
“Troia, finché non avrai le guance rosse, non smetterò di schiaffeggiarti e poi, quando avrai le
guance rosse, puttanella sposata cui piacciono i cazzi grossi ed ha piacere ad esser dominata, ti
farò le chiappe rosse.”
Mi fece alzare ed appoggiare al muro, tirò su il vestito, scoprendo il culo. A quella visione, con
l’intimo che indossavo, disse che ero veramente una troia e mi chiese quanti anni avessi. Risposi
quasi 24.
“Bene! Molto bene; sarai la mia troia e schiava finché vorrò, perché sei cosi giovane e chissà
quanti cazzi avrai preso fino ad oggi!”
Io gli ho risposto che fino a quel momento non ne avevo preso nessuno, tranne quello del cornuto
se poteva esser definito cazzo, ma, di pompini, ne avevo fatti tanti. Lui continuò ad insultarmi.
“Troia, prima di sculacciarti, fammi sentire in mezzo alle gambe come stai messa, puttana! Sei un
lago, quindi ti eccita farti pompare ed sentirti sottomessa!”
Risposi di sì, che mi piaceva. Iniziò a sculacciarmi a mano aperta. Ogni tanto si fermava ed infilava
prima un dito e poi due. Mi eccitavo sempre di più, poi smise di schiaffeggiarmi.
“Troia, ti piace? Hai compreso bene quanto sei zoccola? Sei fradicia!”
Era vero, lo ero: quel suo trattamento mi era piaciuto tantissimo.
Lui, sempre in quella posizione, mi appoggiò il cazzo in mezzo alle cosce, spostando la mutandina
bianca e, anche se non aveva ancora raggiunto la massima erezione, lo pregai di far piano e
mettere il preservativo. Lui mi umiliò ancora di più.
“Non preoccuparti; l’ho sentita che ce l’hai sei stretta; il tuo marito, il cornuto, si vede che ha un
cazzetto e, per quanto riguarda il preservativo, non ce l’ho. Tu prendi anticoncezionali?”
“Sì, la pillola.”
“Bene cosi ti inondo per bene la fighetta!”
Spinse il cazzo nella fica al punto da farmi sobbalzare. Iniziò lentamente a farlo andare
dentro/fuori, mi mancava il respiro. Ogni volta che lo spingeva fino in fondo, sentivo dolore, ma
anche un forte piacere; venni di continuo. Sentivo le cosce bagnarsi, avevo perso il controllo,
mentre mi scopava, aveva ripreso a schiaffeggiarmi. Ero schiava di quel cazzo. Mi piaceva troppo,
mentre Marco mi umiliava e me ne diceva di tutti i colori.
“Troia, sei una troia! Da oggi, sarai la mia puttana. Ti scoperò ogni volta che voglio!”
Ero così eccitata che lo assecondavo.
“Sì, porco! Sì, quando e quante volte vuoi!”
Sentii il suo respiro aumentare, iniziò a grugnire; spinse forte il suo cazzo fino in fondo e mi venne
dentro. Io iniziai a gridare dal piacere tanto che lui mi dovette mettere una mano sulla bocca.
Rimase dentro per buoni cinque minuti, lo sentivo perdere consistenza, quando sentii un fiotto
​caldo che mi stava facendo pipì nella fica. Cercai di togliermi, ma lui mi teneva bloccata.
“Sta ferma, puttana! Sei la mia latrina, fammi finire!”
Terminato di far i propri comodi, mi rimise le mutandine, mi fece chiudere le gambe e rimanere
per cinque minuti, in quella posizione, poi mi fece nuovamente inginocchiare davanti a lui, per
ripulirgli il cazzo, oramai moscio, che aveva il sapore della pipì. Uscimmo, avevo le mutandine
bagnate, anzi, fradicie, così pure le calze e le scarpe; ero dolorante, ma piacevolmente soddisfatta
per quanto avevo goduto con quel cazzo. Era tardissimo, quasi le 21:00, mi avviai
all’appuntamento con il cornuto, che aspettava in auto. Mi chiese subito cosa avessi e come era
andata; gli dissi:

Ora andiamo a casa; poi ti racconto. Sta in silenzio, cornuto.


Arrivammo a casa e gli chiesi di denudarsi ed entrare nella vasca, senza aprire l’acqua; vi entrai
anch’io ma vestita, avevo tolto solo le scarpe, alzai il vestito, allargai le gambe e lo obbligai a
leccare: gli dissi di non toccarsi, non volevo che venisse.
“Da oggi in poi, sarò io a decidere quando e come dovrai venire! Questo perché non sei un uomo;
hai un cazzetto da finocchio, che lo dimostra!”
Lui, felice, ha condiviso.
La storia con Marco andò avanti per circa un anno; oltre al suo cazzo poderoso, di cui ne facevo
uso almeno due volte a settimana, mi fece anche provare l’orgasmo anale: la prima volta fu
dolorosa, ma poi ci ho preso gusto.