Si apre in una nuova scheda

Quella notte sul bus

Era una di quelle serate di novembre che ti congelano le palle anche solo a pensarci. Pioggia fitta, vento che tagliava la faccia, temperatura percepita sotto zero. Ero appena arrivato alla fine del turno sulla linea 47, l’ultima corsa che rientrava al deposito alle 23:52. Il bus era vuoto da un pezzo, solo il ronzio…
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racconto erotico copertina fumetto noire

Era una di quelle serate di novembre che ti congelano le palle anche solo a pensarci. Pioggia fitta, vento che tagliava la faccia, temperatura percepita sotto zero. Ero appena arrivato alla fine del turno sulla linea 47, l’ultima corsa che rientrava al deposito alle 23:52. Il bus era vuoto da un pezzo, solo il ronzio del motore, il ticchettio ossessivo della pioggia sul tetto e il mio cazzo che già si agitava nei pantaloni perché sapevo che forse l’avrei rivista.

Alla fermata di via dei Tigli eccola lì.

Ylenia.

Capelli castani fradici appiccicati al collo e alle guance, piumino nero oversize che le arrivava quasi alle ginocchia, jeans skinny che le modellavano le cosce tornite e il culo alto e sodo in modo indecente, stivaletti neri con tacco basso che la facevano sembrare ancora più pericolosa. Ma erano gli occhi a fottermi il cervello: grandi, nocciola chiaro con pagliuzze dorate, ciglia lunghe nere di mascara colato dalla pioggia, sguardo da “salvami dal freddo… o scopami qui sul marciapiede mentre la gente passa”.

Ho aperto le porte con il pulsante. È salita tremando, ha strisciato la tessera con dita bluastre.

«Grazie… cazzo che freddo» ha sussurrato con quella voce rotta che mi faceva già indurire.

«Sali e siediti dove vuoi. Riscaldati, piccola.»

Si è messa sul primo sedile dietro di me, quello che si vede perfettamente dallo specchietto retrovisore. Ogni tanto alzavo gli occhi e la beccavo a fissarmi. Labbra socchiuse, guance arrossate, un sorrisetto da troietta che sa di essere già nuda nella testa di chi la guarda.

Dopo tre fermate ha rotto il ghiaccio.

«Mi chiamo Ylenia.»

«Robby.»

Silenzio. Poi:

«Ti vedo spesso alla fermata… mi guardi sempre come se volessi mangiarmi.»

Ho stretto il volante fino a farmi sbiancare le nocche.

«Non volevo metterti a disagio.»

Ha riso piano, un suono basso, bagnato, osceno.

«Non mi metti a disagio. Mi fai colare.»

Il cazzo mi è diventato di marmo in due secondi netti. Ho deglutito forte.

«Dici sul serio?»

«Da settimane. Ogni volta che sali penso: “Oggi Robby mi ferma il bus in una stradina buia e mi sfonda sui sedili mentre fuori piove”.»

Ho dovuto concentrarmi sulla strada per non andare a sbattere contro un palo.

Il tragitto fino al deposito è durato ventotto minuti che sembravano ventotto ore di preliminari. Abbiamo parlato, ma era solo sesso mascherato da chiacchiere innocenti.

Lei: studiava flauto traverso al conservatorio, viveva in un monolocale vicino al deposito perché i genitori erano al Sud. Io: separato da tre anni, turni serali da otto, tornavo a casa con le palle piene e nessuna figa vera da sfogare da troppo tempo.

Quando siamo arrivati al piazzale del deposito era un deserto illuminato da neon giallastri sporchi. Pozzanghere nere, silenzio rotto solo dalla pioggia battente.

«Scusami Ylenia, devo spegnere tutto e sistemare il bus. Poi ti porto a casa, giuro.»

«Posso aspettare qui?»

«Certo.»

Sono sceso, ho fatto il giro esterno, spento le luci interne. Quando sono risalito per prendere la borsa lei non era più davanti.

Era in fondo, ultimo sedile, gambe accavallate, piumino aperto. Sotto portava una gonna scozzese plissettata cortissima che le arrivava a malapena sotto il culo, calze autoreggenti nere con bordo di pizzo spesso, maglietta bianca aderente con i capezzoli duri che bucavano il tessuto come proiettili.

Ha battuto la mano sul sedile accanto.

«Vieni qui, Robby.»

Mi sono seduto. Lei si è avvicinata subito, mi ha dato un bacio lento e umido sulla guancia, poi ha appoggiato le labbra bollenti contro il mio orecchio.

«Sai che mi masturbo pensando a te che mi prendi da dietro mentre guidi?» ha sussurrato. «Con i passeggeri davanti che non capiscono perché il bus sobbalza e io sto venendo in silenzio.»

Il cazzo mi pulsava così forte che faceva male.

«Ylenia…»

«Shhh.» Mi ha infilato la lingua nell’orecchio, ha morso il lobo. «Fammi sedere sulle tue gambe. Voglio sentire quanto sei grosso.»

L’ho afferrata per i fianchi e l’ho tirata su di me con violenza. Si è messa a cavalcioni, cosce strette attorno ai miei fianchi, gonna che le saliva fino alla vita. Le mutandine nere di pizzo erano già fradice, sentivo il calore della sua figa premere contro il rigonfiamento dei pantaloni.

Ha iniziato a strusciarsi piano, avanti e indietro, sfregando la passera gonfia e bagnata sul mio cazzo duro attraverso il tessuto.

«Cazzo… ce l’hai durissimo per me» ha ansimato. «Lo sento pulsare… è grosso.»

«Ti guardo da mesi, troietta. Ogni volta che sali immagino di fermare il bus e scoparti davanti a tutti, farti urlare mentre la gente guarda.»

Ha sorriso sporco, ha infilato le mani sotto la mia giacca, mi ha graffiato il petto con le unghie rosse fuoco.

«Lo so. L’ho sempre saputo.»

Le mie mani sono salite sulle cosce lisce, sotto la gonna. Ho sfiorato il bordo delle autoreggenti, poi il pizzo zuppo delle mutandine. Le ho spostate di lato con un dito. Era completamente rasata, labbra gonfie, clito eretto, umori che le colavano lungo l’interno delle cosce.

«Sei una fontana, puttanella.»

«Colpa tua» ha gemuto mentre le infilavo due dita dentro fino alle nocche. «Mi fai colare solo guardandomi.»

Mi ha slacciato la cintura con movimenti febbrili, ha abbassato la zip, ha tirato fuori il cazzo. Era gonfio, venoso, la cappella lucida e violacea di pre-sborra.

«Oddio… è più grosso di come lo immaginavo» ha sussurrato, segandolo lento, su e giù, con il pollice che girava sulla cappella bagnata.

«Lo vuoi?»

«Lo voglio tutto. Adesso. Dentro.»

Si è alzata appena sulle ginocchia, ha puntato la cappella contro l’ingresso della figa e si è lasciata cadere di colpo, prendendolo tutto in un colpo solo.

Abbiamo urlato insieme.

Era strettissima, bollente, scivolosa da far paura. Si è mossa subito, cavalcandomi con foga animale, il culo che sbatteva sulle mie cosce, i succhi che colavano sulle mie palle e bagnavano i pantaloni della divisa.

«Cazzo sì… scopami… più forte… sfondami la figa… riempimi…»

Le ho strappato la maglietta, ho preso un capezzolo rosa scuro in bocca, l’ho succhiato forte, mordendolo fino a farla urlare. Lei mi ha graffiato la schiena, ha infilato le unghie sotto la camicia fino a farmi sanguinare.

Dopo pochi minuti era già al limite.

«Sto per venire… non fermarti… ahhh cazzooo!»

Ha tremato violentemente, la figa che si contraeva a spasmi furiosi attorno al mio cazzo, schizzando umori caldi e abbondanti sui miei pantaloni e sul sedile. Io ho resistito per miracolo.

L’ho sollevata di peso, l’ho messa a pecora sul sedile, le ho alzato la gonna sulla schiena, le ho abbassato le mutandine fino alle caviglie. Le ho spalancato le chiappe con le mani, ho sputato sul buchino rosa stretto e ci ho infilato la lingua fino in fondo.

«Oh mio dio… sì… leccami il culo… spingi la lingua dentro…»

L’ho leccata a fondo, lingua che girava, che penetrava, che la faceva tremare. Poi ho puntato il cazzo ancora bagnato dei suoi succhi e ho spinto.

È entrata piano, lei ha urlato, ma ha spinto indietro con il bacino.

«Sfondami il culo… dai… tutto… rompi questo buchetto stretto…»

L’ho inculata con forza crescente, tenendola per i fianchi, schiaffeggiandole le chiappe sode fino a farle diventare rosse fuoco. Il bus oscillava, fuori la pioggia copriva i nostri gemiti e le urla.

«Vieni nel culo… riempimi… voglio sentire la tua sborra bollente che mi cola fuori dal buco…»

Sono esploso con un ruggito animale, pompando getti densi, caldi e abbondanti nel suo retto. Lei è venuta di nuovo, masturbandosi il clito con due dita, urlando porcate senza ritegno.

Siamo rimasti lì, ansimanti, sudati, il bus che puzzava di sesso crudo, pioggia e piscio di eccitazione.

Poi lei si è girata, mi ha baciato con lingua profonda, ha leccato il sudore e il sapore di figa dal mio collo.

«Ora portami a casa» ha sussurrato. «Voglio offrirti quel caffè… e voglio svuotarti le palle fino all’ultima goccia.»

Ho guidato fino al suo palazzo con il cazzo ancora mezzo duro, la patta dei pantaloni completamente bagnata dei suoi umori.

Appena entrati nel monolocale, tv accesa a volume basso, luci rosse soffuse da una lampada da cazzo.

«Tranquillo» ha detto lei. «C’è solo mio cugino Mattia. È in visita.»

Mattia era sul divano: 25 anni, fisico scolpito da palestra, capelli rasati ai lati, maglietta aderente che gli segnava i pettorali, jeans già aperti con il cazzo semi-duro che spuntava.

Mi ha guardato e ha sorriso.

«Sei il famoso autista. Ylenia non fa che parlare del tuo cazzo grosso e di come la fai venire.»

Lei ha riso, mi ha spinto sul divano.

«Aspettami cinque minuti. Vado a prepararmi per voi due.»

È sparita in bagno.

Mattia mi ha guardato dritto.

«Rilassati, Robby. Stasera lei vuole fare la troia con noi due. E quando vuole fare la troia… non si ferma finché non è piena di sborra in tutti i buchi.»

Dopo cinque minuti la porta si è aperta.

Ylenia è uscita con una vestaglia nera di seta trasparente che non nascondeva niente, sotto solo un perizoma microscopico nero e un reggiseno a balconcino che le teneva su le tette piccole ma perfette. Capezzoli duri, piercing minuscolo al clitoride che luccicava sotto il tessuto sottile.

Mi ha bendato gli occhi con una sciarpa di seta.

«Fidati di me.»

Musica lenta, bassi profondi, voce roca tipo The Weeknd ma più sporca.

«Togliti la benda.»

L’ho fatto.

Ylenia era piegata in avanti davanti a me, culo in aria, perizoma spostato di lato, figa e culo esposti. Mattia era in piedi, pantaloni abbassati alle caviglie, cazzo duro e gonfio in bocca a lei. Lo succhiava lento, profondo, gola che si contraeva, saliva che le colava sul mento e sulle tette.

Si è girata, labbra gonfie e lucide, occhi lucidi di lussuria pura.

«Tesoro… non vuoi unirti?»

Ha preso il cazzo di Mattia in mano, l’ha segato forte mentre parlava.

«Questa notte voglio essere la vostra puttana. Vi voglio tutti e due dentro di me. Voglio due cazzi che mi sfondano contemporaneamente, voglio colare sborra da figa e culo per giorni.»

Si è inginocchiata tra le mie gambe, mi ha tirato fuori il cazzo ancora appiccicoso del nostro giro sul bus.

«Mmm… sa ancora di figa e di culo mio.»

Ha iniziato a succhiarmelo con fame animalesca, lingua che girava sulla cappella, gola che mi ingoiava fino alle palle, mentre con una mano segava Mattia e con l’altra si infilava due dita nella figa.

Poi si è alzata, si è tolta tutto tranne il perizoma.

«Venite in camera.»

Sul letto si è sdraiata a gambe spalancate, ha aperto la figa con due dita, mostrando il piercing al clito e i succhi che le colavano sul lenzuolo.

«Prima uno nella figa, uno nel culo. Poi cambiate. Poi voglio entrambi nei buchi insieme. Voglio essere piena.»

Mattia ha annuito.

«Tu figa. Io culo.»

Ylenia ha gemuto solo a sentirlo.

«Siii… riempitemi… sfondatemi… usatemi come una troia da strada… fate di me il vostro buco da sborra…»

Mi sono messo sopra, le ho spostato il perizoma, sono entrato nella figa con un colpo secco fino alle palle. Bollente, stretta, bagnatissima, il piercing che sfregava contro il mio pube.

Mattia dietro, ha sputato sul buco del culo, ha spinto la cappella e poi tutto dentro con un colpo deciso.

Lei ha urlato di piacere misto a dolore, corpo che tremava.

«Oddio sì… due cazzi… cazzo… più forte… rompetemi i buchi…»

Abbiamo iniziato a pompare insieme, ritmi diversi all’inizio, poi sincronizzati. Io nella figa, lui nel culo. Lei si contorceva, graffiava le lenzuola, urlava porcate senza filtro.

«Sborratemi dentro… voglio la vostra sborra calda nei due buchi… voglio che mi coli fuori mentre cammino domani…»

Mattia è venuto per primo, riempiendole il culo di schizzi densi e abbondanti, grugnendo come un animale.

Io ho resistito altri quaranta secondi, poi sono esploso nella figa, pompando getti violenti, sentendola contrarsi in un orgasmo che le ha fatto schizzare umori caldi ovunque, bagnando lenzuola e cosce.

Siamo crollati tutti e tre, corpi sudati, appiccicosi, pieni di odore di sesso crudo.

Dopo qualche minuto Ylenia ha riso, voce roca e soddisfatta.

«Il caffè… domani mattina.»

Poi mi ha guardato dritto negli occhi, leccandosi le labbra gonfie.

«Ma la prossima volta… voglio che mi prendi sul bus mentre fai la corsa. Sedile in fondo, gonna alzata, cazzo nella figa mentre i passeggeri guardano senza capire perché il bus sobbalza e io sto venendo in silenzio.»

Ho sorriso, il cazzo già mezzo duro di nuovo solo a pensarci.

«Affare fatto, troietta.»

E mentre mi addormentavo tra lei e suo cugino, con il suo sapore ancora in bocca, il suo odore sulla pelle e la promessa di altre notti da porci, ho capito che non sarei mai più salito su quel bus senza immaginare di sfondarla davanti agli occhi di tutti.

Fine. 😈

Racconto inviato da Bob74

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1 commento

  • Racconto splendido pieno di passione complimenti un saluto Roby

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