Vincitore del 1° premio tramite il concorso “Il racconto che ti premia” di Rubyrouge.it
Capitolo I
D’estate, di pomeriggio. In un’estate accanita, soffocante. Nudo. E sudo. Anche da nudo sudo. All’inguine le mie gambe sguisciano umide una contro l’altra, manco fossero quelle acerbe e affusolate di una ginnasiale alle prese con i suoi primi incontrollabili bollori e con quella cremina densa e traslucida che le va colando con imbarazzante lentezza lungo le cosce, proprio mentre, rossa in viso, sta magari cercando di simulare un’improbabile spigliatezza di fronte al figaccione dell’ultimo anno, quello soprannominato “See you later… alligator!” perché ha fatto le medie all’American Institute e perciò se la tira con i modi yankee ma è bono da morire e in scia a lui non si contano i tanga, le culotte e gli slip “allagati” dagli entusiasmi non proprio virginali delle troiette più sgamate dell’istituto.
E lui adesso, col pollice nella cinta e il resto della mano a sottolineare il pacco che gli gonfia i jeans, sta cercando di cooptare nell’occupazione del liceo proprio lei, la “brand new fighetta” come l’ha soprannominata, che sta appunto inaugurando la lunga serie delle sue future fregole, combattuta fra il desiderio di sotterrarsi e quello di chiudere gli occhi, divaricare le cosce in faccia al figaccione ed aspettare, trattenendo il respiro, cosa e come succederà.
Bè, mica male come scena, penso fra me. Ma giù nella stiva il mio cazzo, mollo di sudore e molle di inerte abbandono, non gratifica la mia fantasia altro che con un indolente e appena avvertibile cenno della sua proverbiale testa. Siam messi male. E allora reagiamo: intanto una doccia, così fredda e spietata da ridurre il mio apparato riproduttivo a dimensioni da taschino; poi, a seguire, uno slip asciutto, un pantalone largo di lino chiaro, bello arioso e fresco, una t-shirt bianca e si va fuori, a cercare un po’ d’ombra e qualche refolo che non sia elettrico e ronzante.
Mi porto pure qualcosa da leggere, non si sa mai. Quattro passi tranquilli seguendo i muri dei palazzi più generosi di sporgenze, tettoie e balconi e delle loro ombre, ed eccolo qua: un piccolo giardino comunale deserto, un grande albero fronzuto e sotto il suo largo ombrello di foglie un paio di panchine ai due lati del vialetto. Apposto.
Sì, però dovrebbe essere proibito lavorare sopra i 25° di temperatura, porco cane! Se appena appena fai un lavoro fatto di uffici, contatti, colloqui e responsabilità varie, puoi mica andare in giro in mutande e maglietta a tetta libera…
Intanto ci vuole una gonna, magari leggera ma che non sia troppo corta e nemmeno troppo svolazzante a scanso smutandata iconica sulle grate di aerazione del metrò. Sopra la gonna ci possono anche stare un top o una canottierina freschi (meglio se con giacchetta), ma comunque castigati, che basta un capezzolo un attimo più esibizionista per diventare come ridere una puttana dei viali.
Che poi potrebbe anche essere una faccenda interessante, ma col mio lavoro creerebbe non pochi conflitti e impicci.
Adesso però prima di arrivare dall’avvocato bisogna che io dia un’occhiata alle carte, se no poi non so cosa rispondere a eventuali domande e faccio la figura della giuliva che l’hanno assunta perché tutti i lunedì mattina nello sgabuzzino gliela dà a mo’ di ricostituente al capo che torna distrutto dal weekend in famiglia: insomma il classico fisso (posto) in cambio della fessa… Vecchia storia, ma a me non mi ci pigliano.
Vediamo, mi ricordavo che da queste parti c’era un giardinetto ombroso e c’era pure da sedersi… eccolo lì, perfetto!
Ah, però c’è uno. Sarà mica un maniaco, eh… che qui non vedo nessun altro in giro… Boh, è un anziano, niente di particolare direi, sembra tranquillo e legge o rilegge un libro che sembra un po’ consunto.
Ecco, mi ha visto. Cazzo che sguardo che mi ha tirato. Ha gli occhi chiari, e li tiene leggermente socchiusi, in pratica una lama orizzontale di luce verde che ha scannerizzato rapidamente me e tutto il circondario e poi si è riabbassata. Che roba.
Mi siederò sulla panchina di fronte ma sarà meglio stare in campana… Cazzocheculounafiga! (World Record di turpiloquio! 3 porcate in 1 sola parola, magico…).
E da dove è uscita ‘sta manza? Fra i 30 e i 40, direi. Gambe non del tutto visibili ma anche così da sballo, di quelle da fare a gara ad arrampicarvisi, che chi arriva primo su in cima, la Cuccagna l’è sua…
Ah, ecco, anche delle tette si vede poco ma direi che ce n’è il giusto, senza strafare, questa non è mica una buzzicona gonfiabile, questa è proprio figa inside, di quelle che lo sono già di nascita e di sangue.
Meglio magari non fermarsi troppo a fissarla, però direi che è pure vestita bene, cioè non vistosa ma stoffe di qualità, taglio accurato, accostamenti giusti. Elegantissima anche quella grande borsa di pelle, di certo sarà griffata e avrà dentro dei documenti, lei dev’essere una donna in carriera.
Però lo sguardo, porca troia, che sguardo. È quello che fa tutto. Diretto, deciso, senza soggezione. Ti entra dagli occhi ma poi ti esplora tutto l’interno, capace che da dentro ti misura anche quanto è lunga la tua fava.
E cosa non dev’essere farsela misurare da una così… mmmmh! questa se appena appena è porca quanto è figa, è un pezzo unico da collezione, un esemplare in estinzione, uno strike alla soglia dell’impossibile…
Vabbè, mo’ mi metto a leggere il libro, ma la tengo d’occhio… E mi sa che anche il Mister, giù nelle mutande… io lo conosco a quello: sarà lì che fa finta di dormire, ma non si sta perdendo un solo fotogramma di quello che succede. Del resto è la sua mission…
Uffa che scomoda questa panchina, e quanto sono ingombranti ‘sti protocolli, sono dei lenzuoli, non riesco a trovare una posizione decente…
E quello là davanti che cazzo fa, mi guarda le gambe ogni volta che cambio posizione? Mi è sembrato che alzasse lo sguardo ogni volta che mi muovevo.
Vabbè, dài, chissenefrega, ci manca solo che mi venga la paturnia del maniaco….
Eddài, aprile ‘ste cosce, e fammi vedere…. di più, dipiù!… che aspetti!?
Ecco lo sapevo, adesso al piano di sotto s’è svegliato anche sua maestà il regio uccello del paradiso; solo che stava a riposo a testa in giù e ora non trova spazio per gonfiarsi, è tutto ripiegato su sé stesso e compresso dallo slip, mi sta facendo quasi male.
Per fortuna ho i pantaloni larghi, forse posso intervenire da dentro, usando la tasca a mo’ di guanto, e sperando che da fuori non si capisca… hop! Perfetto, liberato l’anaconda, ora può allungarsi quanto vuole verso i lati dello slip.
Speriamo piuttosto che la tipa non mi abbia visto, adesso controllo… oh cazzo mi stava guardando, invece!
Ma che fa questo lurido, mi guarda le gambe e poi si tocca pure l’America? L’ho visto, eh… Ma allora è maniaco vero…
Mi verrebbe quasi voglia di sfidarlo, aprire le gambe e veder… Stoop!
Ahò bella, ma che cazzo stai dicendo? Ma se fosse davvero una bestia ti sembra un’idea geniale andarla a sfruculiare?
Qui non c’è nessuno che può venirti in aiuto e il tipo sarà anche anziano ma non è un mingherlino, del male farebbe in tempo a fartene, anche se tu hai fatto i tuoi bravi corsi di autodifesa e bla bla e bla bla…
Sì, ok, hai ragione, ma guarda che non voglio provocarlo più di tanto, è solo per…
Árimo, fermi tutti, c’è il mio telefono che squilla, dove l’ho cacciato? Qui non c’è, sarà nella borsa, figuriamoci col casino che c’è lì dentro…
Mmmm, attenzione… non trova il telefono che continua a squillare, vediamo che succede. Ora lo cerca nella borsa… ecco, bene, così le tocca ruotare il busto… chinarsi… e disunire le gambe!… vai così!… sìiii!… madò che gnocca ragazzi, guarda che cosce tornite, belle abbronzate uniformi, che voglia di tuffarmici in mezzo azzannando a destra e a manca…
Dai, àprile ancora un pochino, hai fatto 30, fai 31, no?… apri ancora, ti prego, apri… così, così! …
Ecco! La vedo! O mio capitano, terra! Terra! Figa! Figaaa! …
Ma sì, vabbè lo so, da qui si vede giusto un triangolino nero, sa il cazzo se è pelo o pizzo, o pelo dietro al pizzo… però anche il sunnominato cazzo mi pare che se ne freghi se è o non è… lui è lì che tira, bello teso….
Però vediamo se si può capire qualcosa di più… miii, altro che capire, non me n’ero accorto ma la tipa intanto ha trovato il telefono e si è rialzata, e io ero ancora lì imbambolato a scrutare… via, via! distogliersi!… però mi sa che stavolta mi ha sgamato in pieno…
Vabbè, meglio che torno al mio libro. Eh, seee, il mio libro… ciaone!
Son lì che fisso le righe nere delle parole stampate seguire la curvatura delle pagine convergendo sull’attaccatura centrale, e quello che ci vedo è la fessura verticale di una figa, della sua figa! e una manciata di peli neri, lucidi, quasi da ragazzina, pettinati di default dalla natura a convergere verso il centro e ad incrociarsi per formare un ciuffetto delizioso e maledettamente invitante…
Aaagh! Ragazzi, non ci sto più con la testa, sul serio, qui finisce che le salto addosso…
“Sì grazie, avvocato, allora facciamo come dice Lei che è meglio, poi ci riaggiorniamo fra qualche giorno… sì certo, buona giornata… gentilissimo… anche a Lei!…”
Uffa, tutto ‘sto viavai per niente, a saperlo restavo a casa a sgrillettarmi con maggior profitto le pudenda.
E questo maiale qui davanti che continua a lurkarmi la figa, si vede benissimo, dai!
Adesso gliela do io la provocazione…
No, no, che cosa fai, fermati! Non avevamo appena finito di dire che non è prudente? Ed è pure inutile, cosa ci guadagni?…
Ci guadagno che mi faccio sbollire la rabbia…
Cacciandoti in un guaio ancora più grosso?….
Ahó, vocetta della coscienza dei miei cojoni, ma cosa vuoi che mi faccia quello, ma non lo vedi?…
Ah, vedere lo vedo, ma mica solo lui. Di un po’, non è che invece ti sta intrigando l’occasione che hai intravisto di andare a sfruculiare più a fondo quei tuoi istinti primordiali, pure un po’ belluini, da cui ti senti spesso attraversata?
Quel desiderio di appendere nell’armadio per qualche ora la grande gnocca che indubbiamente sei stata capace di diventare e al posto suo lasciar sgambare, libera e sola, la femmina animale che ti porti dentro da sempre?
E che per prima cosa andrebbe subito ad annusare lo sperma dei maschi del branco per scegliere fra loro i più capaci di muoverle il sangue, di attirarla nella morsa dei loro muscoli e poi trascinarla in una monta dura e selvaggia.
Non è questo che cerchi?…
Ma piantala, dài! Non sono eccitata, te l’ho detto, sono solo incazzata. E ho bisogno di sfogarmi….
Davvero? E come mai allora, mentre ti parlavo, l’odorosa fregna che stringi fra le gambe ha rapidamente preso l’aspetto di un prato del mattino luccicante di rugiada ed ora le sue grandi tenere labbra non riescono ad arginarne il traboccamento?
Chissà, magari è perché sono labbra prive del nerbo e della mobilità di quelle altre lassù. Con le quali infatti, adesso che mi ci fai pensare, giurerei di averti visto più volte eseguire alcuni numeri di agilità e destrezza che i maschietti di turno trovavano… com’è che dicevano? ah, sì: spettacolari…
Ahahahahah!…
Ma la smetti di percularmi, vocetta? Sai che c’è? Mi hai rotto il cazzo, adesso ci penso io…
Ò, ò, ò! Ma che fa quella adesso? Mi guarda fisso e apre le gambe… poi le richiude… e adesso le riapre di nuovo, ogni volta sempre un po’ di più! Lo fa apposta, bastarda….
Cazzochefigacazzocheporca (new record, eh, 4 in 1)…
Puttana miseria, adesso però nelle mutande ho un ariete che prende a testate le pareti dello stallo per uscire, avrei bisogno di toccarmi per calmarlo almeno un poco….
Che roba! che roba! Ma guardala, come si sguaia e come mi guarda, non mi molla un attimo….
T’ho preso all’amo, eh, vecchio maiale schifoso? Ti vedo che il tuo sguardo continua a salire e scendere fra miei occhi e la mia figa. E che lo scanner verde del tuo sguardo ora ha acquistato il lampo azzurro-verde del rame incandescente.
Figa ragazzi, la sento quasi fisicamente la sua lama scorrere via sul mio corpo, accecarmi gli occhi, poi bruciarmi le labbra, poi attraversare la gola e scendere sulla curva dei seni, con i capezzoli che mi si rattrappiscono irrigiditi quando la sentono avvicinarsi, si piegano al suo passaggio per rimbalzare dritti subito dopo; e già lo sguardo strisciante scivola caldissimo sul mio ventre e lo sento raggiungere il pube per ancorarsi con invadente ingordigia sul vertice della mia vagina ad incendiarmi il clitoride.
Cazzo aveva ragione, quella stronzetta petulante della mia coscienza ci aveva come al solito visto giusto: mi sto eccitando a mille, non so dire cosa potrebbe accadere ma qualsiasi cosa sia non me la posso, non me la voglio perdere.
Solo che questa attesa mi sta mettendo in tensione tutto il corpo, dal formicolio nell’attaccatura dei capelli all’inturgidimento quasi dolorante dei capezzoli, dalla stretta dell’ano e delle natiche alle contrazioni disordinate della figa in continuo fibrillo, dall’ipersalivazione che continua a raccogliersi sotto la mia lingua alle micro scariche elettriche che sento pizzicarmi la punta delle dita di mani e piedi.
Inutile negare. E ancor più inutile resistere.
Cazzo fa adesso la porcona? No, non ci credo, si è fermata con le cosce completamente aperte, cazzo gliele leccherei e smanaccerei a morire… ora ha messo una mano sul ginocchio… inizia un lento massaggio circolare… oh figa, ora sta risalendo lungo la coscia, questa vuol farmi esplodere il cazzo… è arrivata in fondo… e continua a guardarmi fisso… ora lo fa, lo fa, lo so che lo fa… eccola lì, lo sapevo, la mano che si infila sotto il pizzo, l’impronta delle dita laterali che da sotto tendono il tessuto e quella del dito medio che sparisce affondando di sotto, in quella fessura che a una porca così starà come minimo schiumando di voglia.
Sì ma io così non posso più resistere, eh.
E basta nascondersi, con lo sguardo anch’io fisso nel suo, porto una mano sulla patta dei calzoni e inizio a massaggiare con forza tutto quello che mi capita sotto le dita.
Ma… a questo punto improvvisamente lei si ferma, e io con lei, preso alla sprovvista.
Sulle sue labbra appare l’ombra di un indecifrabile sorriso, potrebbe tranquillamente essere il suggello di una complicità così come la soddisfazione di un puntiglio soddisfatto.
La vedo radunare con calma le sue cose, rassettarsi, alzarsi e dirigersi verso di me, accennando a stendere la mano destra nella mia direzione.
Cosa vorrebbe fare, aiutare un anziano ad alzarsi? Presentarsi?
In ogni caso io la prevengo: per quanto lei possa devastarmi di desiderio, io non ho la minima intenzione di cedere la mia quota di controllo sulla situazione.
Ignoro la sua mano e avvicinandomi porto invece la mia destra intorno alla sua gola.
Lei si blocca allarmata e si irrigidisce sensibilmente, ma è solo per qualche istante, probabilmente sente subito che nella mia presa non c’è aggressione né cattura, al momento c’è solo studio, indagine, forse anche la familiarità di un gesto abituale.
Del resto le mie mani non sono particolarmente grandi, e nemmeno somigliano a certe altre che paiono scolpite in un ciocco di legno duro e incernierate in pochi movimenti quotidiani sempre uguali.
Al contrario la mano che lei sente è molto articolata, abituata a calibrare le posizioni e a dosare le pressioni, e ora è asciutta e calda nell’avvolgere la sua gola, quasi rassicurante.
Il suo collo di contro è fantastico al tatto, liscio, morbido, sarebbe da baciare, carezzare, leccare e delicatamente succhiare lungo un sentiero invisibile che immagino di tracciare dallo sterno fino ai lobi delle orecchie, guidato dal ritmo di certi suoi piccoli e seducenti gemiti e poi ancora, dietro il padiglione auricolare, per andare infine a morire sulla nuca e sulla piccola scossa di un suo brivido.
Wow!
Non ultimo, sotto le mie dita sento anche distintamente le pulsazioni del suo battito cardiaco, ora lievemente accelerato.
E a ben pensarci quella è la vita, cazzo, è la sua vita che sta scorrendo nel palmo della mia mano.
Roba da non riuscire a staccarsene più…
Oh, sembra incredibile, ma fin qui non ci siamo ancora rivolti nemmeno una parola.
Senza allontanarmi da lei, è ora che lo faccia io.
“Non mi tornano i conti, sai? Non ci si può sbagliare, sei una grandissima figa e anche una grandissima porca. Fin qui è sicuro, semmai non so quale delle due di più.
Da un lato però sei un po’ troppo fine, troppo curata ed elegante per essere una del mestiere. Mentre dall’altro lato io non sono certo uno di quei bellimbusti che tu potresti desiderare per una notte e facilmente avere, solo schioccando le dita.
La faccenda non mi torna, capisci?
Allora dimmelo tu cos’è: vuoi dei soldi? o è solo la curiosità di farti chiavare da un vecchio porco da giardinetto pubblico?
O forse (e per un breve ma inequivocabile attimo incremento la stretta sulla sua gola per poi tornare subito allo stato precedente), forse volevi soltanto prendermi per il culo?”
Lei non ha esitazioni.
“Niente di tutto ciò.
Là dove voglio arrivare io è molto buio. E anche discretamente pericoloso. Ma standone fuori è quasi impossibile distinguere cosa ci sia.
Ed è proprio per questo che sono decisa ad andarci, non conosco pericolo maggiore del non voler sapere.
Questo è tutto quello che riesco a spiegarti, se sei in grado di fartelo bastare.”
Minchia.
Non ha fatto una piega e mi ha pure servito di barba e capelli.
Ok, 15 pari, batto io.
“Va bene. Ma a una condizione…”
‘Azzo se è tosto questo…
Potrei mettermi a gridare, fare un po’ di scena, chiamare la Polizia e come minimo fargli passare un brutto quarto d’ora.
Senza contare che quello che gli sto offrendo, per inciso a gratis, lui se lo sogna, all’età che ha, di poterlo ottenere altrove se non, molto annacquato e mal recitato, da qualche svogliata passeggiatrice ormai sformata.
E lui in questa situazione cosa fa? Lui “detta delle condizioni”! Incredibile…
Vabbè, sentiamo…
“Niente trucco, niente profumi, niente deodoranti, nemmeno il dentifricio.
Niente di tutto quello che le donne comunemente, ma anche molti uomini, usano per cercare di nascondere, coprire, sostituire, pur trattandosi di nient’altro che della loro natura.
Se, come spero, capiterà che tu passi la tua lingua su di me, voglio che sulla mia pelle rimanga la tua saliva, non un banale “sbiancante a protezione completa”…
Se, come spero, riuscirò ad infilare nella tua bocca la mia lingua per annodarla alla tua, voglio poterne succhiare il sapore unico e irripetibile che hai, non quello di una stupida mentina.
Se, come pure spero, con questo caldo e questa voglia, tu suderai dalla fronte, dalle ascelle, sotto i seni, nell’inguine, lungo la schiena e nel solco delle tue natiche, voglio che siano le mie labbra a raccoglierlo e ad asciugarti, non un antitraspirante stick o spray.
E se e quando, come più di tutto vorrei, ti sentirò prima guaire, e grufolare, e poi gridare, e bramire a tutta la foresta la fregola selvaggia che ti attraversa, voglio poter annusare e imparare a memoria l’odore della tua figa bagnata, non quello di qualche costosissimo unguento detergente.
E se infine sarò anche così fortunato da aver parte nel raggiungimento di un tuo orgasmo, voglio spremerne il succo con le mie dita, direttamente da quella tua oscura fregna alla mia bocca.
Te la voglio dire tutta: non so quale meraviglioso pasticcio io abbia combinato nella vita (di certo involontariamente) perché il destino mi abbia voluto premiare facendomi incontrare una donna come te, ma adesso che ci sei non vorrei mai, per essermi accontentato di scopare la donna in carriera che mostri al mondo, pur se strafiga, perdere l’occasione di andare invece a penetrare la natura più selvaggia che io abbia mai incontrato, quella belva da monta che ho visto lampeggiare nei tuoi sguardi e nelle tue movenze.
Quello che io voglio a questo punto è arrivare a chiavare la tua anima, sentire il mio cazzo che la raggiunge e i miei coglioni che le vengono dentro e addosso tutto il loro sperma; e poi godermi lo spettacolo inimitabile della tua più totale nudità di anima e corpo che luccica di sudore e di sborra… e vederti rauca e ansante ma splendente regina, che te ne vai spalmando lentamente ogni parte del corpo…
Apperò.
Se questo è un maniaco, temo di dover ammettere che sono più simile a lui che alla gente “normale”.
Speriamo di non farci del male a vicenda, ma mi sa che incontrarlo può rivelarsi più una fortuna che un incidente.
Credo che si meriti pure un sorriso e una carezza, non deve riceverne spesso, nella “normalità”…
Vieni, vecchio lurido porco, fatti avvicinare e assaggia anche tu un po’ di dolcezza, tranqui che non ti verrà il diabete…
“Ok, niente cosmetici. Contento?”
Ecco fatto… com’è? mica male, no?
“E ora andiamo, ho casa non lontano da qui.”
Camminiamo zitti, come se volessimo risparmiare per dopo ogni briciola di energia.
Poi, davanti al suo portone, prima di infilare la chiave nella toppa, è lei a rompere di nuovo il silenzio.
“Cercherò di mostrarti gli splendori più osceni che riuscirò a trovare dentro di me.
So che farai lo stesso e immagino che questo ci piacerà non poco ma anche ci segnerà.
In ogni caso tutto quello che succederà qui dentro inizierà e finirà dietro questa porta.
Qua fuori ne resteranno soltanto i ricordi e i vissuti.
Siamo intesi?”
“Naturalmente”.
Capitolo II
Dentro, la casa è elegante e sobria come lei, tendente al minimalista ma senza mancare di nulla.
Noto un grande e comodo divano e una discreta libreria che pare abbastanza vissuta, non la solita parata di autori “cult” nemmeno sfogliati.
Lei mi accompagna al divano, poi mi appoggia una mano sul petto e un ginocchio sotto i coglioni.
Sosta un attimo in quella posizione muovendo appena il ginocchio, il mio cazzo è in erezione da ancora prima di entrare in casa e forse la vogliosa vuole saggiarne la consistenza alla radice; che così facendo non può che irrigidirsi ulteriormente.
E allora con una delicata spinta della mano e del ginocchio mi fa capitolare sul divano.
“Dammi dieci minuti, mi riporto allo stato primitivo che hai chiesto e sono da te. In cucina nel frigo ci dev’essere qualcosa di fresco da bere, se hai sete.”
La squadro a mia volta, partendo dall’arruffato caschetto dei capelli, rivisitazione moderna dei disegni di Crepax, soffermandomi doverosamente sulla invogliante vallata che scende fra le sue anche ben proporzionate e che le pieghe dei suoi pochi abiti disvelano ad ogni movimento, per arrivare fino ai piedi già privi delle scarpe, scalzate via all’ingresso da quella rapidità danzante che solo le donne hanno quando vogliono spogliarsi velocemente.
“Grazie, ma oggi ho in programma di stapparne una di quelle buone e di scolarmela fino all’ultima goccia…” rispondo con aperta allusione e massaggiandomi palesemente i coglioni con la mano che tengo in tasca mentre guardo la sua figura girarsi e sparire in direzione del bagno.
Nell’attesa mi alzo e vado a curiosare nella libreria.
Come mi aspettavo c’è un po’ di tutto, narrativa, qualche saggio, un paio di codici legali, raccolte di riviste di moda.
In uno scaffale a parte, letteratura erotica e in mezzo a quella, non casualmente, un bel libro fotografico di Konrad Lorenz e della sua vita in mezzo agli animali e al loro ambiente.
Hai capito la porcella? Non mi ero sbagliato sulla sua anima…
Torno a sedere sul divano e di lì a poco lei riappare togliendomi il fiato, è di una bellezza ferina e indescrivibile.
Ha i capelli ancora umidi e ancora più scarruffati di prima, indossa soltanto una camicia bianca leggerissima, abbottonata davanti e qua e là ricamata che le arriva appena all’inguine lasciando scoperte due gambe da urlo, con un ondeggiare della carne e dei muscoli mentre cammina che davvero ricorda quello agile e potente dei grandi predatori.
Subito sotto alla camicia spunta la sua figa nuda, appena ricoperta da un ciuffetto di peli non molto diverso da quello che mi ero immaginato sulle panchine e certo non meno invitante.
Mentre in contrasto col candore della stoffa ricamata, sotto traspaiono due capezzoli scuri dalle larghe areole, esattamente in punta a due seni sodi e di perfetta misura per le mie mani luridamente impazienti di profanarle.
Ma più di tutto a mandarmi ai matti e a sbucciare indietro con forza tutta la pelle del cazzo, scoprendo completamente la cappella e mettendo a dura prova la tenuta del suo filetto, è il viso di lei.
Ora che ha tolto quel velo sapiente di make-up che lo addolciva ed educava, lo sguardo e tutta l’espressione del volto hanno preso una fierezza animale e una determinazione erotica che non avevo mai visto prima d’ora su un volto di donna.
E trovarmi oggetto di una tale bramosia non può che farmi saltare il cervello, riconduce anche me a tutti gli istinti più primordiali e alla loro terribile bellezza.
Desidero questa femmina con una intensità che spaventa anche me, ma ormai non è più possibile tornare indietro.
Batto con le mani sul divano ai lati delle mie gambe per chiamarla a me ed è incredibile anche l’equilibrio che stiamo spontaneamente mantenendo fra noi, nel mio gesto non c’è comando, ma invito e la sua risposta non è obbedienza, ma identico incontenibile desiderio.
Sale in ginocchio sul divano, a cavalcioni delle mie gambe, dritta sulle cosce e col bacino spinto in avanti in modo da mettere la sua figa a un palmo dalle mie labbra.
Io metto le mie mani all’interno delle sue ginocchia e inizio a salire premendo lungo la parte posteriore delle sue gambe ma affondando le dita nell’interno coscia ad ogni tratto, fino ad arrivare all’attaccatura inferiore delle natiche, a risalirne le rotondità fino al centro e poi di colpo a brancarle entrambe con forza a piene mani.
Lei intanto mi parla, con una voce che l’eccitazione le ha abbassato di due o tre semitoni e che ora suona rauca, con una vibrazione simile a quella dei grandi felini in agguato, una specie di gorgoglio lento e cavernoso.
E mi sfida, come se fossimo impegnati in un vero e proprio duello erotico animale, in un primordiale rito d’accoppiamento.
“Volevi tanto vederla, la mia figa, no? E magari toccarmela… E leccarmela, eh vecchio porco?… E ti toccavi il cazzo, vero? Bè, eccola, brutto maiale, fatti avanti, prend… aah…”
Non le lascio finire la frase.
Con le mani sul suo culo, la attiro con forza verso di me, tuffando la mia faccia prima fra le sue gambe, poi fra le labbra della sua figa e una volta trovato il clitoride, lo stringo fra i denti foderandoli con le mie labbra e inizio a succhiarglielo con la maggior aspirazione possibile.
Lei smette di parlare, è visibilmente scossa da ondate di tremito ed emette soltanto quel gorgoglio animale di prima, adesso leggermente più acuto.
Nel dubbio che stia provando dolore, interrompo l’aspirazione e allento la presa, alzando uno sguardo interrogativo verso la sua faccia.
Ma il grido è immediato.
“NO, nooo!… Così, ancora… Così volevo proprio!…”
Eh sì, però questa schiacciata a rete non me la lascio sfuggire…
“Ma come, Sua Altezza Figadoro! Non era Lei quella del “guardare e non toccare è una cosa da imparare” che nel giardinetto ha chiuso severa le gambe appena ho osato toccare il mio umile cazzo? Non Le pare che queste ora siano brame da troia infoiata? Come potrei mai accontentarLa?”
“Stronzo bastardo… Sì, va bene, sono una troia infoiata, anzi di più: voglio essere la tua troia infoiata, volevo farti tirare il cazzo perché mi eccita farmi guardare nuda o sventolare la figa sotto gli occhi di un uomo, e tu mi facevi bagnare ogni volta che mi perlustravi sotto la gonna, mi sono alzata da quella panchina con le mutandine zuppe, avrò lasciato una piccola pozza su quel sedile.
Ma allora forza, falla godere questa grandissima puttana che hai davanti, è solo a te e alla tua lurida bocca schifosa che voglio dare adesso la mia figa e tutti i miei odori e sapori, mordila e succhiala forte come prima o come cazzo ti viene voglia e poi annusami, assaggiami, lasciati sbrodolare addosso la mia prugna, fammi urlare, fammi godere, dàiiiii…!”
E mentre grido gli prendo la testa con tutte e due le mani e me la schiaffo di nuovo sulla figa, premendo forte, fino a soffocarlo.
Voglio godere, godere, non c’è altro che mi interessi ora.
Sento i miei rantoli sempre più forti, le cosce che mi tremano, lui morde forte e succhia senza riguardo, ogni tanto per prendere fiato mi lecca velocissimo il grilletto che ad ogni cambio di stimolazione impazzisce, ormai ipersensibile per il lungo strofinamento, mentre fra la mia broda e la sua saliva che colano insieme ormai a getto continuo, credo che la T-shirt bianca del vecchio porco sia ormai irriconoscibile.
Basta, io non respiro più, ho bisogno di prendere fiato, e so cosa fare.
Mi abbasso leggermente in modo da liberare almeno la bocca e inizio a strisciare il mio naso, che non è minuscolo, fra le sue grandi labbra, usando il setto nasale come fosse un dito.
Lei capisce al volo, con le due mani si allarga la vagina per scoprire il più possibile il suo clitoride ormai quasi viola e inizia a muovere tutto il bacino in modo da masturbarsi col mio naso.
Questa cosa in passato ha sempre eccitato molto anche me perché ritmicamente mi ritrovo una fregna sugli occhi, un’occasione poco frequente che il mio cazzo apprezza moltissimo pur senza esserne diretto partecipe.
E allora io sai che faccio? Come bonus, adesso inguaino dentro a quel lago viscido a cui è ridotta la sua figa anche due dita, senza tanti complimenti.
Lei sussulta.
Gradisce parecchio la new entry.
“Cazzo che porco che sei, veramente… me la stai demolendo in tutti i modi e in tutte le salse, ma non mi sono mai sentita così troia e così tanto eccitata.
La tua mano mi aveva già fatto partire di testa quando me l’hai messa alla gola, la immaginavo che mi masturbava, che mi entrava in bocca, che mi strizzava i capezzoli, anche che mi stringeva forte la gola mentre il tuo cazzo apriva in due la mia figa.
Se tu non l’avessi levata quando ho accettato le tue condizioni credo che sarei venuta lì, in piedi nel vialetto e appesa alla tua mano come una marionetta.
Voglio che aggiungi un altro dito a spanarmi la figa, voglio sentirti di più. E scopami, fottimi, spingi forte con quelle dita più che puoi, voglio venire di brutto così, non posso più aspettare…”
“Sarà un piacere, lurida maiala in calore, ma allora tu da adesso guardami fisso negli occhi, fammi vedere fino a che punto riesce ad eccitarsi una vera porca e quanto godi a mostrare a un uomo l’oscenità dei tuoi orgasmi selvaggi.
E di sicuro mi troverai spettatore incantato sotto le tue gambe aperte a raccogliere avidamente in bocca ogni tuo umore, ogni bava, ogni liquido animale che stillerai godendo.”
“Sono pronta, ho i miei occhi nei tuoi. E non hai idea di quale bisogno addirittura fisico ho di farmi guardare da te mentre godo e vengo, specie se è proprio di te… ah… che sto… oh, sì… godendo!”
Prima che finisca di parlare, io ho già unito strettamente pollice e mignolo di una mano, le ho fatto bagnare di saliva le altre tre dita unite e ho iniziato a stantuffare dentro la sua figa.
Lei è stanca, è da tanto tempo in ginocchio sul divano senza potersi mai rilassare, ma non vuole fermarsi ora.
Ricomincia a rantolare rauca, salendo di tono ogni volta che io aumento il ritmo dei miei affondi, i suoi occhi puntati nei miei iniziano a lacrimare per la stanchezza ma anche perché sopraffatti dalla forza dell’eccitazione che si sta irradiando dal suo ventre alle gambe ormai prossime a cedere, ai capezzoli contratti, alle mani che ha appoggiato sulle mie spalle per aiutarsi a rimanere dritta e che sento premere e affondare nella mia carne.
Mi fermo un istante per immergere nella sua vagina e lubrificare a dovere un dito dell’altra mano e con quello vado a umettarla tutto intorno all’ano mentre con le tre dita riparto implacabile a sbatterla con la ruvidezza animale che si è impossessata di noi da quando abbiamo iniziato a toccarci ed eccitarci a vicenda.
E ora, senza rallentare il ritmo con cui la martello con le tre dita, le introduco deciso nell’ano il dito con cui l’ho preparata.
Le sfugge un grido più forte: “Ah, cazzo, così! Fino in fondo!”
Eccoci.
Mentre aumento ritmo e forza delle penetrazioni vaginali e le affondo completamente il dito nel culo, sento che il suo rantolo continuo si sta trasformando in un vero ruggito con improvvise fiammate alterne di torva ostinazione e di selvaggio trionfo.
Ora i suoi occhi sono sbarrati da una furia interna disumana ma insieme disperatamente attaccati ai miei nel tentativo di non perdermi e non perdersi dentro al delirio che la sta attraversando, con il nostro reciproco sguardo come esile filo a tenerci in contatto con la realtà.
Del mio cazzo, che ormai è in gara di rigidità col tondino di acciaio con cui si arma il cemento per l’edilizia, preferisco dimenticarmi, anche perché è sull’orlo dell’abisso e qualsiasi cosa lo sfiorasse adesso lo farebbe esplodere.
“Maledetto porco!… Guardami, guarda la tua troia che gode… lo senti quanto è acre il suo odore di richiamo al maschio per la monta?… lo vedi il sudore che le sta schiumando su tutto il corpo?…
Vecchio maiale ingrifato, ti tira forte il cazzo adesso, eh? Dimmelo che te l’ho fatto venire duro a morte, dillo alla tua battona… voglio esserti troia… sentirmi puttana… mostrarmi zoccola e offrirmi come vacca… ed è per te che lo voglio, fammi venire tu, fammi morire tu, e guardami bene porco, guardami adesso, che ci sono quasi, mi trema tutto e mi manca il respiro e ho anche paura sai, ma non posso più fermarmi tucontinua continuacazzo basta che non tenevai nonteneandarecazzocontinuaeccoeccoECCO…AHRRAHHAaaaa
Spettacolo… Mai visto niente del genere.
Qui c’è da rimanere a bocca aperta, storditi.
Ed è proprio a bocca aperta sotto la sua figa dilatata che vado raccogliendo ogni goccia di orgasmo che ne vada colando, un po’ per forza di gravità, un po’ per il mio risucchio e un po’ aiutandomi con la lingua con cui ripasso e ripulisco le pareti interne della vulva.
Me ne riempio la bocca, assetato di una femmina così assoluta.
Capitolo III
E finalmente la Femmina Assoluta può lasciare la posizione, rotolare sul divano e stravaccarsi di fianco a me a prender fiato, con lo sguardo perso in avanti.
“Che roba, eh? Un po’ me l’aspettavo, un po’ ci speravo, ma non a questo livello di intensità.
E ho avvertito costantemente sottotraccia una sensazione di pericolo, imprecisato.
Fa un po’ paura, è che poi la paura a sua volta ti eccita e ti spinge ancora più avanti, dove la paura di nuovo aumenta e ti sembra di non poter più fermare questa giostra infernale.
Infernale ma goduriosissima, eh… cazzo se si gode…
Tu che mi vedevi, che faccia avevo?”
(Silenzio)
Si gira verso di me.
Mi guarda.
“Hai perso la parola? Ma cos’hai in bocca?”
In silenzio, indico la sua figa.
E mi viene da ridere, ma cerco di trattenermi.
“La mia…? Ma sei scemo? Ma ti stai tenendo in bocca un intero bidè di mie secrezioni corporali assortite? Non ci posso credere…”
Sempre in silenzio, mi stringo nelle spalle come per giustificarmi e con aria da tenero pelouche indico lei con un cenno della testa e faccio il segno del cuore con le due mani.
Ma devo stringere forte le labbra perché la bocca è veramente stracolma…
“Ahahahah, ma sarai coglione? Altro che maniaco porcone, sei un disonore per la tua categoria, in fondo storica e non priva di una sua nobiltà.
Sputa fuori subito!”
E mi tira una ditata micidiale nella pancia, provocando uno tsunami aereo di liquami che si abbatte a raggiera sul pavimento nonché una risata convulsa di entrambi che dura un bel po’ senza riuscire a spegnersi, ma in fondo serve anche a ricaricarci dallo stress fisico e dalla tensione erotica appena vissuta.
Concludo, guardando nostalgicamente il pavimento macchiato:
“Che peccato! Sarebbe stato un così bel ricordo di te…”
“Guarda, se ti interessa l’articolo, ne produco a litri tutti i giorni, sono sempre bagnata.
Ti lascio un numero che quando hai bisogno te ne faccio avere una Magnum millesimata Gran Riserva tramite un Glovo o un Deliveroo.
Non ti faccio pagare, eh, però lascia una mancia ai ragazzi, fanno un lavoro di merda sempre in bici ma sono così carini, quasi tutti di colore.
Qualche volta gli do qualcosa anch’io…
“See, te lo dico io cosa gli dai e anche il perché, grandissima troia!
Guarda che le misure non contano, conta il manico, ancora non l’hai capito?
Anvedi ‘sta ninfomane, sei te la vera maniaca da Giardino Pubblico!
Ti manderò io un impermeabile professionale che non mi sta più, apri/chiudi rapido Superflash brevettato, con illuminazione interna a faretti orientabili per l’uso serale,
Vedrai quanti toy boy di tutti i colori ti puoi fare, mi ringrazierai… Ahahahah!”
Dopo di che, come prima o poi c’era da aspettarsi, si manifesta l’ospitalità della perfetta padrona di casa, sollecita e ineccepibile.
“A proposito di cibo a domicilio, hai fame? Vuoi che faccia arrivare qualcosa?
Qui purtroppo non ho niente, questa non è la casa dove abito, l’ho presa come punto d’appoggio per il lavoro che ruota in questa zona, e poi anche come studio, come alloggio temporaneo per amici o parenti in visita… e al bisogno anche come quello che voi maschietti chiamate scannatoio o più simpaticamente ciulodromo, vedi il caso presente…
Guardo l’ora, non è ancora sera, ma magari lei ha saltato pranzo e adesso avrebbe piacere di sgranocchiare qualcosa.
“Se ti fa piacere, molto volentieri. Io, sinceramente… ”
“…tu vorresti sborrare.
Hai ragionissima, ci stiamo dimenticando, io mi sto dimenticando, del vecchio e glorioso pendaglio che dondola fra le tue gambe.
Anche lui, e tu insieme a lui, avete diritto ad essere spediti nel metaverso dell’erotismo primordiale e dell’estrema bestialità.
Ed è giusto e molto eccitante anche per me che ci sono passata, che sia ora il mio turno di accompagnare e sostenere te fra le estasi orgiastiche e i timori sotterranei che ti incuterà quella specie di Jurassic Sex.
L’unica dritta che posso darti è quella di buttarti sempre, senza frenarti su nulla.
E fai conto su di me, che non ti mollerò mai da solo là dentro.”
Cazzo che donna.
Che donna e che figa, l’ho già detto?
Che donna, che figa e che empatia che riesce a creare con le persone.
E adesso… andiamo a comandare.
“Ma tu come hai fatto a “entrare?”
“Guarda, non te lo saprei dire con esattezza, mi ci sono trovata.
Forse sei stato tu ad accendermi, quando io cercavo di provocarti e tu allora hai tuffato con forza la faccia fra le mie cosce e di furia hai iniziato a masturbarmi, rudemente e disordinatamente.
Mi piaceva un botto, ma tu ti sei fermato per provocarmi a tua volta.
E lì sono partita definitivamente.
Ma credo che ognuno debba farsi la sua storia, seguendo gli eventi.
Magari partiamo giusto dalla stessa posizione, invertendo soltanto le parti.
Prima però voglio conoscere il tuo cazzo da vicino, siamo ancora vestiti come all’inizio, tu soprattutto.
E non va bene.”
Mi inginocchio per terra davanti a lui, ancora seduto sul divano e mi faccio largo fra le sue gambe per raggiungere una posizione più favorevole e prossima al mio bersaglio.
Appena la raggiungo, decido di approfittare della comoda larghezza dei suoi pantaloni per infilare le mani nelle due tasche oblique laterali e da lì raggiungere cazzo e coglioni come avevo visto fare a lui sulla panchina.
Ecco, li sento, ancora chiusi negli slip ma già in discreto tiro.
Vediamo se funziona di nuovo la provocazione…
“Ehi, brutto porco bavoso, com’è farsi toccare il cazzo da una bella troia? Ti piace o preferisci toccartelo da solo?
Dài, tiriamo via ‘sti pantaloni… ecco, così…
wow, ma cos’è questa grossa salsiccia tutta di traverso? E quest’altro sacchetto bello gonfio in mezzo alle gambe?
Se lo schiaccio forte si sgonfia? Paura eh?
Però la salsiccia la voglio addentare, ancora impacchettata… eee… gnnaam, lì senti i dentini?”
“Aaah… sì…”
“Ti piace eh, maiale… vuoi più forte? Dillo che sei un lurido e un morto di figa e vedrai che la tua puttana ti morde più forte…
intanto ti faccio sentire il mio respiro caldo attraverso la stoffa, senti senti come scotta se soffio forte…”
“Aaah… ah… cazzo, sì sono un lurido, mordi dai…”
“Nossignore, sei anche un morto di figa, ricordi?”
“Ma vaffanculo zoccola, va bene, sono un morto di figaaaaah, porca troia che denti!”
“Già, e anche che bel cazzo duro che c’è qui adesso, tiriamolo fuori del tutto e facciamo un bel gioco”
Mi sfila le mutande e mi guarda il cazzo, è duro e pulsante, chissà se sente la voglia di prenderlo in mano, dopo tutto adesso quel cazzo è un suo possesso, un pensiero che già me lo fa tirare, ed è a sua disposizione così come è a mia disposizione la figa che ha fra le gambe, altro pensiero che mi eccita non poco.
Ora mette le sue mani sulle mie ginocchia, risale veloce le mie gambe e finalmente arriva al pube a prendere possesso dei suoi beni: in una mano racchiude il mio scroto, giocherellando goduta con le mie palle, mentre con l’altra impugna decisa il mio cazzo.
Mi colpisce e mi ingrifa la stretta che sento sul membro, come se lei godesse a riempirsene la mano e volesse tenerselo per sé
“E allora, bella figa, ti piace il mio cazzo da tenere in mano?”
“Da morire, me lo porterei in giro come antistress, strizzandolo più forte che posso.
E quando sborra me lo ciuccierei pensando a un bel 69 con te che mi lecchi e mi succhi come hai fatto prima, che lingua micidiale che hai”
Apposto.
Ora però diamoci da fare che ho una fantasia da realizzare.
Metto lei a sedere sul divano, col cuscino dello schienale un po’ abbassato in modo che quando lei si appoggia, la testa si riversi un po’ all’indietro.
E poi le prendo le mani…
“Prima di tutto un rito di gratitudine.
Ti succhio questo dito medio con cui ti sei masturbata davanti a me facendomi morire di voglia.
Poi bacio una per una queste unghie con cui ti sei aggrappata alle mie spalle e hai inciso sulla loro pelle i simboli ancestrali del tuo orgasmo.
Quest’altra invece è la mia lingua umida, da animale in pregustante attesa, che ti passo fra dito e dito, in tutte quelle piccole selle che li congiungono alla base e fra le quali, quando sarà il momento, vorrei veder scorrere il mio sperma…
“Eccheccazzo, vecchio porcone, ma tu mi fai tirare e sbrodolare la figa anche quando fai il poeta romantico, guarda qui!
O sono io che sono diventata ormai una vacca fuori controllo?”
“Ma quale vacca, tu sei la sfolgorante Regina di tutte le troie, un essere che ho cercato per tutta la vita ed ero ormai convinto che appartenesse più al mito che al mondo reale e ancora lo penserei se non percepissi distintamente i tuoi odori, se non mi avesse attraversato le orecchie il verso rauco del tuo appagamento e non avessi ora davanti agli occhi i tuoi capezzoli che giocano a rimpiattino con i ricami della camicia.
E comunque pure a me tira il cazzo, eh, anche solo a parlarti…
Ma c’è ancora un ultimo passaggio importante che voglio compiere: voglio sentire il palmo delle tua mani premuto contro il mio viso.
Non devo certo spiegartelo, noi maschi ci sentiamo spesso riassunti e rappresentati principalmente dal nostro organo sessuale, che è un po’ un nostro avatar e insieme una specie di antenna sensoriale e conoscitiva dove altri animali usano la lingua, dei lunghi baffi, complessi sistemi acustici di segnale/risposta e anche vere e proprie antenne.
Bè, ecco, quando hai preso in mano il mio cazzo e ti ho sentito stringere forte e averne piacere, non ridere, ma mi sono sentito simbolicamente e anche fisicamente più che accolto, più che accettato, proprio come venissi abbracciato stretto con trasporto, ma ancora di più, bisogna oltrepassare l’affetto, sia pur grande e sincero, perché è una cosa che avviene in un contesto così fortemente erotizzato da far saltare le lancette di tutti i sensometri, per me è un’esperienza veramente totalizzante.
E come potrei non provare e non esprimerti una gratitudine anch’essa radicale e animale, così primordiale da nascere addirittura prima del linguaggio e restare incomunicabile se non con altri gesti ed altri simboli?”
Trattengo ancora qualche istante le sue mani sul mio volto e poi, sempre in silenzio, gliele conduco dolcemente a intrecciarsi dietro la sua schiena, come avviene nella posizione militare del “riposo”.
Lei, che è sempre di comprensione fulminea, capisce al volo che si tratta di una convenzione fra noi, di un bondage totalmente virtuale ma certo non meno rigido, che intende bloccarle qualsiasi azione manuale; e mi fa un leggero cenno di assenso, un po’ incuriosita.
Io mi metto in ginocchio sul divano nella stessa posizione che aveva assunto lei a parti invertite, cercando di portarmi il più avanti possibile.
Arrivo al suo viso e appoggio sulle sue labbra il mio grosso scroto da anziano, disponendo invece sopra il naso la mia verga a metà erezione.
Lei mi guarda, attenta e partecipe.
Pare a suo agio e dopo qualche istante sento schiudersi le sue labbra sotto le palle fino a risucchiarle dentro la sua bocca, riempiendola.
La sua lingua si muove instancabile e la mia eccitazione aumenta di continuo irrigidendomi il cazzo sempre di più.
Allora, prima di non riuscire più a manovrarlo agilmente, inizio a rotolarlo con le mani sulla sua faccia a destra e a sinistra facendogli riconoscere al tatto guance, zigomi, occhi, sopracciglia e fronte, fino all’attaccatura dei capelli.
E ogni volta che passo sopra il suo naso premo con più forza per stimolare la sensibile uretra a contatto della durezza del setto nasale.
Lei intanto continua a lavorarmi i coglioni con labbra, lingua e grande uso di saliva e la mia eccitazione aumenta sempre più rapidamente, procurandomi un quasi inizio di stordimento.
Ma per procedere nella realizzazione della mia fantasia ora devo fermarmi qualche istante, in condizioni di erezione completa diventa difficile il controllo accurato della minzione che invece mi occorre.
Di conserva anche lei si ferma in attesa, sempre bravissima e attenta a interpretare anche i più impercettibili segnali.
Poco dopo io raggiungo una condizione adeguatamente libera di procedere ed inizio ad urinare un breve e sottile getto di piscio caldissimo dalla mia cappella; il liquido si insinua direttamente fra i suoi capelli e scivola veloce zigzagando in quella foresta in direzione del cuscino.
Ma lei se n’è accorta e ha capito in anticipo, probabilmente sentendo sul naso il passaggio dell’urina nell’uretra e ha trattenuto il fiato, sorpresa, per lasciarsi poi andare socchiudendo gli occhi al piacere quando l’ha sentita scorrere sul cuoio capelluto.
Mi guarda con un’ombra di sorriso e mi dice solo: “Sì”.
Ricomincio ad urinare, ora anche scendendo lungo la linea del naso e fermandomi un’altra volta quando la punta del mio cazzo raggiunge le sue labbra, di nuovo richiuse dopo che se ne è allontanato il mio scroto.
Io sono eccitato a mille e cerco di controllare la mia erezione, ma faccio veramente fatica a rimanere presente a me stesso; la tensione erotica per me è altissima, mi rendo conto che in qualche intraducibile linguaggio animale sto marcando ben più che un territorio, addirittura un esemplare vivente.
Un altro sottile getto al centro delle labbra, dove l’urina si divide in due rivoli che scendono correndo verso i due angoli della bocca e da lì lungo il collo, per finire assorbiti dalla camicia che la donna ancora indossa.
Lei mi guarda fisso, per alcuni interminabili attimi, con gli occhi scintillanti per l’eccitazione.
E poi apre quelle labbra, aspettandomi.
Anche a me ora brillano gli occhi, non voglio dire che siano lacrime, ma di sicuro è commozione, emozione quasi insostenibile.
Piscio un getto più forte, più lungo; lo vedo rimbalzare sui denti, gorgogliare sulla lingua e sparire nella gola.
Lei passa veloce una punta di lingua sulle labbra, appagata.
Poi mi ripete: “Sì” ed io non riesco a pensare ad altro che a questo: lei vuole essere mia, per un attimo o per una vita, ma in ogni caso interamente.
Alternative zero.
Il mio cazzo scende ora lungo la linea del mento e raggiunge una graziosissima fossetta alla base del collo.
Marco anche quella, creando un minuscolo laghetto, ma improvvisamente mi sento preso da una sorta di inspiegabile raptus: punto il cazzo in quella fossetta e inizio a spingere, sempre di più come se volessi entrarvi.
L’asta mi diventa durissima, inflessibile, ma quello che sto sentendo appena sottopelle davanti alla mia cappella è la trachea di lei; più spingo e più lei fatica a respirare.
Questa cosa non mi piace per niente, ma l’istinto di spingere non mi abbandona, chissà cosa rappresenta, forse un rito di sottomissione, e sento avvicinarsi il panico di non sapere come uscirne.
Spaventato guardo lei che sta soffocando col mio stupido cazzo puntato alla gola.
Ma lei è incredibile, si vede che è in difficoltà ma riesce a mantenere la stessa espressione che aveva pochi attimi fa, quando mi ha ripetuto “sì” per consegnarsi a me, senza condizioni.
E per fortuna lì realizzo che allora non serve più alcuna sottomissione, men che meno violenta, per raggiungere non solo la sua figa ma anche l’anima che ci sta dietro, proprio come le avevo dichiarato di volere all’inizio.
Serve solo la volontà e il coraggio di raggiungere quel proposito, qualsiasi strada si voglia seguire, sesso incluso.
E finalmente salto indietro come una molla, liberando la sua gola e restituendole il respiro.
Mi sento sollevato ma resto ancora scosso, sono preso da tremiti e senza accorgermene mi sto pisciando addosso; lei mi sorride ma mi manifesta la sua disapprovazione con un sopracciglio alzato e con un risucchio ritmico della lingua da vera maestrina… “zut zut zut zut”…
E intanto dirige lo sguardo prima sul getto dell’urina che sto sprecando a terra e poi sul suo corpo, la cui marcatura invece è rimasta interrotta.
“Hai ragione, scusami, i lavori vanno finiti…”
Anche la mazza che mi si era completamente ammosciata, davanti alla prospettiva delle sue tette, ora riprende velocemente tutto il suo vigore.
Piscio prima sull’abbottonatura centrale della camicia, poi all’altezza della punta dei seni viro prima a destra e poi a sinistra descrivendo un 8 orizzontale con i due capezzoli al centro degli occhielli.
E a vederla così, con la camicia fradicia di me e i capezzoli induriti che tentano di bucare la stoffa e non riuscendovi se la fanno aderire addosso per proclamare all’universo la loro sfacciata urgenza di essere martoriati, premuti, avvitati, succhiati, mi esplode una voglia incontenibile di metterci su le mani.
Piombo come un falco con tutte le dita aperte su quelle tette a mia misura di porco, gliele stropiccio attraverso la stoffa bagnata, le strizzo, le schiaffeggio.
Ma non può certo bastarmi: infilo allora le dita nei due lati dell’abbottonatura e strappo con un colpo secco.
Rotola via saltellando una manciata di minuscoli bottoni bianchi, il tessuto cede e apre il suo sipario su uno spettacolo davanti al quale sarei tentato perfino di cadere in preghiera.
Ma non c’è tempo, il cazzo urla e mi affretto ad accontentarlo: una bella pisciata in mezzo e giù con le mani a spalmare capezzoli e dintorni.
La fortunata tenutaria di quel bordello, ancora in bondage virtuale (incredibile la sua incrollabile fedeltà alla consegna), si offre indifesa alla mia furia manipolatoria, cosa che mi manda ai matti.
Lei ride e mi percula: “Dai Grande Porco, fai vedere chi sei, distruggile quelle troiette altezzose sempre in punta di capezzolo per farsi vedere, prendile a morsi, tiragli forte i bottoncini e poi piegaglieli ai tuoi voleri, così!
E adesso schiacciale contro il tuo Regal Cazzo, che si inchinino alla sua maestà…
Ma la conosco ormai, la voce le sta scendendo di tono ed inizia a rantolare, il fiato le si accorcia, la figa inizia a liquefarsi.
È ora di ripartire, c’è ancora strada da fare.
Punto la mazza sul suo ombelico e urino, dapprima creando un laghetto e poi facendolo traboccare con rivoli che corrono in tutte le direzioni.
Riparto da appena sopra il cespuglietto della figa puntando decisamente su un fianco dove le bagno a cascata la coscia interna, la gamba e il piede, per passare poi all’altro piede e da lì risalire simmetricamente fino al pelo.
Le massaggio a lungo e con dedizione quelle bellissime gambe, strappandole qualche gemito, poi mi siedo a terra davanti ai suoi curatissimi piedi, li bacio ovunque, ne succhio gli alluci e infine li riunisco pianta contro pianta col non secondario effetto di farle allargare di parecchio le gambe.
E con quell’avvincente spettacolo davanti agli occhi inserisco il cazzo in mezzo ai due piedi, li premo con forza fra loro schiacciandolo ed inizio a segarmi.
Lei riprende con i rantoli, ora si sta ingarellando per davvero e averla davanti così in calore, a cosce divaricate e con i piedi stretti a masturbarmi il cannone, diventa veramente difficile trattenere la sborra che bussa sempre più imperiosa all’uscita.
È ora di sciogliere il bondage, mi alzo e le tendo le mani, lei estrae le sue da dietro la schiena massaggiandosi polsi ed avambracci e me le porge.
Le prendo, le bacio e le conduco ai lati della sua vagina.
Come sempre mi capisce al volo e si dà da fare per allargarla, in attesa ma già in calore.
Io faccio appello all’ultimo piscio rimasto in vescica, avvicino la cappella al clitoride e apro i rubinetti, alla massima pressione possibile.
Il getto caldo investe il bottoncino che va ingrossandosi mentre lei ravana la sua figa per esporlo più che può finché il getto finisce.
Passo all’orale, continuando il lavoro a colpi di lingua e di risucchio e sempre in magnifica collaborazione con le sue mani che mi indirizzano e mi correggono.
Iniziano i primi tremiti e i primi rauchi gorgoglii, lei è veramente una giumenta instancabile e merita una dedizione assoluta.
“Mia Luminosissima Troia Regina nonché Adoratissima Puttana Imperatrice, ho una voglia incontenibile e ormai anche un bisogno insopprimibile di accedere alla Vostra Umorosissima Fregna con il mio indegno ed umilissimo Cazzo, non posso più resistere a lungo…”
“Chiavami… Chiavami, dolcissimo porco, non ho desiderio più grande di sentirti martellare dentro di me fino a sfondarmi.
Prendi la mia figa, aprimi il culo, riempimi la bocca, fammi tutto quello che vuoi.
Puoi avermi completamente nuda, fino all’anima, ti do anche quella.
Con tutta me, e su tutta me voglio vedere e sentire la tua unica, bramatissima sborra.”
Come due belve feroci ci affrontiamo.
Fortissimo odore di selvatico, versi, grugniti, ringhi, guaiti e ruggiti.
Un pene infoiato che trafigge a colpi implacabili di lombi il ventre in calore di una femmina selvaggiamente aperta alle condivise voglie.
Resistenze fisiche e nervose allo spasmo.
Scontri, morsicature, slinguate.
Duelli, strusciamenti, musate.
Saliva, sangue, muco, sperma.
Pozza d’acqua, letto di foglie.
Tana.
“Un’ultima cosa ho da chiederti prima di salutarci, rivestirci e chissà se mai rivederci.
Posso stare cinque minuti, non di più, fra le tue cosce che mi abbracciano e la testa appoggiata al tuo cespuglietto?
È un mio sogno di benessere che voglio poter ricordare.
Resto presente, eh.
Non mi voglio isolare né addormentare, possiamo anche parlarci.
È giusto un fatto di situazione.”
“Ma certo, vieni.”
“Come sto bene qui, non riesco a descrivertelo.
Sai cosa stavo pensando?
Pensa che stupido.
Quand’ero bambino viaggiavamo sempre in treno, non ti sto a spiegare qui perché.
Per andare in vacanza si facevano dei lunghi viaggi e al ritorno, solo al ritorno, si terminava il viaggio in una stazione di testa, come ce ne sono in diverse città.
Questo comportava che, scesi dal treno, per uscire dalla stazione occorreva costeggiare a piedi tutto il convoglio fino al locomotore dove tutti i binari finivano e c’erano le scale.
Io mi incantavo sempre a guardare il locomotore, per me piccolo bimbo un’enorme e potentissima macchina che aveva percorso instancabile chilometri e chilometri attraverso campagne, fiumi e città per portarci a casa.
Da piccolo ero affascinato da tutti i veicoli e attribuivo loro un’anima.
Così, guardando questo locomotore dai grandi occhi luminosi, un po’ sentivo grande ammirazione per la sua mole, la sua velocità e la sua potenza, ma un po’ anche gratitudine per averci trasportato, così tanti, fino alla nostra meta che da soli non avremmo mai raggiunto.
Me lo ricordo come fosse oggi…
Bè, sai, ho pensato che in realtà è davvero oggi.
Sì, tu non sei grande come un locomotore, ma da questa prospettiva così vicina anche tu sei molto ingrandita.
E soprattutto i miei sentimenti sono gli stessi: l’ammirazione per la tua bellezza, la tua forza, la tua capacità di affrontare gli ostacoli; e la gratitudine per avermi trasportato incolume in un lungo viaggio che da solo non avrei potuto compiere.
Che bella cosa ci è capitata…”
“Sì.”
In piedi sulla soglia della casa.
Non ci sono parole, ci siamo già detti tutto, o meglio ce lo siamo già fatto.
Cerco di fare un po’ lo splendido e un po’ il pagliaccio, o le due cose assieme, come sempre.
E davanti a lei mi abbasso fino a restare seduto in equilibrio sui miei talloni.
Le allargo un po’ le gambe, per spiare sotto la sua gonna.
Cerco di vederle la figa, come sulle panchine.
Ho perfino un principio di erezione.
Lei lascia fare, con un’ombra di sorriso appena malinconico e io mi rialzo, convinto e soddisfatto di aver appena realizzato per entrambi la miglior uscita di scena possibile prima del sipario.
Errore.
Lei non è tipo da lasciarti l’ultima parola.
Un attimo prima che io le giri le spalle per allontanarmi, mi afferra il cazzo attraverso i pantaloni.
E lo stringe forte.
Fortissimo.
A lungo.
Solo che stavolta ha gli occhi lucidi.
E anche i miei si stanno appannando.


