Si apre in una nuova scheda

La studentessa

Trascinò le due borse della spesa e la cartella oltre la porta con un piccolo grugnito. Sbatté la porta dietro di sé e gettò tutto via.Prese il telefono. Batteria scarica. Dopo una giornata di studio, sciopero dei treni e bus persi, era l’ultima goccia.E sì, come se non bastasse, ci si era messa anche la…
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studentessa stesa su letto racconti erotici

Trascinò le due borse della spesa e la cartella oltre la porta con un piccolo grugnito. Sbatté la porta dietro di sé e gettò tutto via.
Prese il telefono. Batteria scarica. Dopo una giornata di studio, sciopero dei treni e bus persi, era l’ultima goccia.
E sì, come se non bastasse, ci si era messa anche la pioggia. E lei era stata così stupida da indossare una maglia di cotone e dei pantaloni corti quella mattina — era tardi e faceva caldo.

Sbuffando si tolse le scarpe e camminò verso la sala con angolo cottura.
«Luca? Angelo?»
Ma non rispose nessuno. Fece una smorfia pulendosi gli occhiali da vista dall’acqua.

Matilde era da sola in casa, e solo questa realizzazione bastò per sollevarla. Era troppo stressata per avere interazioni sociali, anche con i suoi coinquilini.
Si sarebbe messa comoda e dedicata a sé stessa.

Mise un CD di Angelo, e sulle note di una canzone rock iniziò a saltellare a piedi scalzi, togliendosi passo dopo passo gli indumenti, creando una scia fino alla propria stanza: un disastro, doveva fare la lavatrice. Si morse il labbro, assolutamente priva di voglia di fare alcun lavoro domestico.
Canticchiando, Matilde decise che a Luca non sarebbe dispiaciuto se avesse preso in prestito una maglia.

Frizionò i capelli con un asciugamano, promettendo a sé stessa che avrebbe fatto la doccia, ma ora aveva bisogno di qualcosa di caldo da mangiare e sedersi.
Aveva dei documenti da consegnare e sarebbe stato meglio iniziare subito, ma optò per un tè, perché meritava una pausa.

Mentre la bustina galleggiava nella tazza e il calore dell’acqua arrivava al viso, appannandole gli occhiali, sospirò sentendosi già più serena.
La sedia non era molto comoda ma andava bene. Si appoggiò e distese le gambe, strusciando i piedi nudi sul pavimento.

«Ahhh, finalment— mh?»
Vicino al gomito c’era un pc portatile pulito e ben tenuto. Quel perfettino di Luca. Ridacchiando, aprì il pc per impicciarsi un po’ degli affari privati del suo coinquilino.
Ma dopo cinque minuti che spulciava, Matilde sbuffò: niente con cui ricattare quel dannato santarello! Una tale noia…
Sicuramente nel pc vecchio e pieno di adesivi di Luca c’era qualcosa di compromettente con cui poteva prenderlo in giro per almeno due settimane.

Ma poteva sempre approfittare del momento. Non capitava spesso di essere da sola in quella piccola casa.
Lanciò un’occhiata alla porta: quanto mancava prima del ritorno dei ragazzi?
Si morse il labbro inferiore e, con l’odore del tè caldo, il rock in sottofondo e il retro del collo ancora un po’ umido per la pioggia…
velocemente andò a cercare qualche sito online per materiale hentai.

Pensò brevemente al piccolo tentacolo rosa nel suo comodino, e il suo basso ventre vibrò.

Scrollò rapidamente le liste dei prodotti proposti dal sito, leggendo e osservando le varie immagini. Tentacoli, licantropi, gangbang… glory hole…
«Mh…» mormorò, sentendo i capezzoli indurirsi sotto la maglia che profumava del suo coinquilino.

La ragazza della storia era bloccata dalla vita in giù a un muro, dando libero accesso alle sue parti intime a chiunque.
Uomini arrivavano, le sbattevano il cazzo dentro la fica o il culo, senza gentilezza o riguardo. Venivano, e via. Cambio. Altro uomo che spinge forte e pompa il suo sperma dentro di lei, mentre la ragazza singhiozza e si inarca.

Matilde inspirò forte, scivolando sulla sedia, sciogliendosi lentamente.
Voleva essere lei. Voleva essere per mero uso pubblico.

Mise i polpacci sul tavolo prima di rendersene conto, spingendo il sedere nudo oltre la sedia.
Si tirò su la maglia lunga, osservando il proprio corpo pallido e minuto, con il seno piccolo e i capezzoli rosa e grandi, duri e desiderosi di attenzioni.
Il suo stomaco tremava appena, e tra le gambe sentiva pulsare qualcosa che non vedeva l’ora di essere toccato.

Si sentiva esposta, così, con le gambe sul tavolo, il culo e la figa verso la porta, pensando a tante persone che entravano quando volevano, e che la prendevano.

Emise un piccolo gemito stringendosi un seno, e usando due dita per massaggiarsi il clitoride.
Cerchi privi di senso — amava solo la sensazione di bagnarsi ancora di più, di prepararsi, essere pronta, aperta e fradicia per chiunque la volesse.

Ora Matilde non aveva più bisogno di leggere o guardare lo schermo del pc, le bastava socchiudere gli occhi e immaginare: quei cazzi duri, segati guardandola.
Uomini arrivati seguendo l’odore della sua eccitazione.

«Aaahhh!» singhiozzò, stringendo un capezzolo e sentendo una goccia che scendeva dalle labbra grandi e gonfie, cadendo a terra.
Si leccò le labbra sorridendo: alla fine di tutto, ci sarebbe stata una bella pozzanghera di sperma lì.
E sul suo petto, la sua pancia — oh, la sua pancia piena di sperma di tutti quegli sconosciuti… un pasticcio appiccicoso tra le cosce.

Venne, schizzando e gemendo, con la fica che vibrava forte.
Continuò a massaggiarsi, veloce… veloce… sempre più veloce, fino a quando non le mancò il fiato.
Il cuore a mille e la bocca socchiusa, gli occhiali scivolati appena dal naso.
Inspirò e raccolse quella sborra uscita da lei, calda e perlacea, e la spalmò su tutta la fica, mormorando piano: «Per favore… per favore… ancora…»

Voleva solo essere usata, ancora e ancora, riempita e poi lasciata aperta, con la fica cruda e dolorante, con segni di morsi e lividi sulla pelle — pelle che doveva puzzare di sudore e sperma.

La musica rock in sottofondo era solo un lontano ricordo, mentre mordeva la maglietta e usava le dita bagnate per massaggiarsi i capezzoli, gemendo contro la stoffa profumata del coinquilino.
Spingeva i fianchi verso il nulla, ma nella sua mente era l’ennesimo carnoso cazzo, pronto per sparare nel suo grembo un altro carico.

Ansimava forte, quasi vicino alle lacrime.
Stava per venire, di nuovo.

Non sentì la porta che si apriva…

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