Serie: Il Collezionista di Ombre – Episodio 6
“In certe zone della terra, il peccato non ha un nome.
È semplicemente una pratica tramandata.
Come zappare. Come mungere. Come vendere ciò che si ha in casa.”
Ci arrivai per caso.
Ma in fondo, io non arrivo mai per caso.
Un contatto mi parlò di un posto fuori dalle mappe, dove si facevano “spettacoli privati” nel retro di una vecchia stalla riconvertita in teatro.
Era un ex cascinale.
Una fattoria d’altri tempi, fatiscente, isolata tra pioppeti e campi secchi.
La famiglia viveva lì da generazioni:
- Il padre, uomo magro fino all’osso, con lo sguardo vuoto, come se il pensiero fosse stato sostituito dall’abitudine.
- La madre, grassa e muta, sempre seduta vicino alla stufa a legna, con le mani sporche di farina e olio.
- I figli: un ragazzo e una ragazza poco più che ventenni.
Non parlavano. Non chiedevano.
Obbedivano.
Il padre mi accolse come ospite.
Stanza in alto. Letto a molle. Odore di animale morto da qualche parte.
“Ci campiamo così.
Con quello che Dio ci ha dato.”
Non stava scherzando.
Nel retro della stalla avevano costruito una specie di palco rudimentale.
Due assi. Tre sedie davanti.
Una luce fioca e una corda appesa a un chiodo.
Lo chiamavano “spettacolo”.
Ma era più un rito agricolo.
Un’inseminazione perversa ripetuta come fosse una liturgia contadina del bisogno.
Il pubblico era composto da sei uomini quella sera.
Silenziosi. Educati all’ingresso.
Ma appena calò la luce, iniziarono a scivolare fuori da se stessi.
Uno si toccava sotto la giacca, lentamente, le dita appena infilate nella cintura.
Un altro aveva posato il cappotto sulle ginocchia e si muoveva appena, ma con ritmo.
Uno, giovane e ansioso, respirava forte, con la bocca semiaperta, gli occhi rossi come se stesse piangendo… o godendo.
Tutti sapevano di non dover parlare.
Ma il rumore delle pelli sfregate, delle cerniere, dei sospiri stretti tra i denti…
era parte dello show.
Sul palco, la ragazza entrò a piedi scalzi, capelli sporchi, gambe nude sotto un vestitino da bambina.
La scollatura cucita a mano. Le ginocchia graffiate.
Aveva il volto impassibile, ma non assente.
Conosceva il copione.
Il fratello, già nudo, la seguì.
Il pene semi-eretto, la pelle tesa di chi è stato abituato all’erezione indotta.
Non si guardarono.
Non si toccarono prima.
Lui si mise dietro.
Le alzò il vestito come si solleva un sacco da patate.
Lei si piegò a novanta, le mani sulle ginocchia.
Come un animale che ha imparato a stare fermo.
Il primo colpo fu secco.
Nudo. Senza carezza.
Lui entrò.
Lei ansimò, ma non gemeva.
Lo sguardo del pubblico si accese.
Tre uomini avevano già le mani sotto il pantalone.
Uno di loro si sbottonò. Il suo fallo era duro e lucido.
Si accarezzava in silenzio, con un sorriso disarmato e idiota, gli occhi fissi tra le gambe della ragazza.
Il fratello aumentò il ritmo.
I colpi erano grezzi, diretti.
Si sentiva lo schiocco delle cosce, lo sfregamento crudo.
Il corpo di lei sobbalzava, ma non si opponeva.
Ogni tanto si puliva la saliva con il dorso della mano.
Ogni tanto si mordeva le labbra per restare nel copione.
Il padre, dietro il telo, guardava anche lui.
Le mani in tasca.
Forse contava i minuti. O i soldi che avrebbe chiesto.
Uno degli spettatori venne.
Sotto silenzio.
Solo un colpo di respiro.
Sporcò il pavimento.
Tirò fuori un fazzoletto e si asciugò.
Poi riprese a guardare. Ancora duro.
Il fratello cambiò posizione.
La fece inginocchiare.
Lei aprì la bocca senza domande.
Lui le entrò dentro fino a soffocarla.
Una goccia di saliva cadde sul palco.
Lei tossì.
Lui le tenne la testa ferma.
Il pubblico sussultò.
Due gemettero.
Uno si alzò per venire in piedi, dritto verso il palco, ma si fermò.
C’era una regola: nessuno tocca. Solo guarda. Solo paga.
Alla fine, lui venne dentro di lei, davanti a tutti.
Il seme colò lungo le cosce mentre lei si rialzava.
Non si pulì.
Il padre entrò.
Applausi non ce n’erano.
Solo denaro lasciato in una scatola.
Uno diede anche una bottiglia.
Uno, due capsule di Xanax.
“Nelle città si paga per trasgredire.
Qui si paga per sopravvivere.
E quando il desiderio si fonde con la fame…
non resta nulla di umano.”
Io non intervenni.
Io osservo.
Raccolgo.
Documenti viventi.
Non mi eccitai.
Ma sentii qualcosa muoversi.
Il peccato, qui, non è perverso.
È tradizione.
Il padre prendeva i soldi alla fine.
Pochi euro.
Un pacchetto di sigarette.
Un’offerta per “i ragazzi”.
Li vidi la notte, i due fratelli.
Non dormivano.
Non parlavano.
Ma si toccavano anche fuori scena.
Non per piacere.
Perché non sapevano fare altro.
“Non serve l’incesto quando non esiste l’idea di famiglia.
Esiste solo il corpo.
E l’abitudine a venderlo.”
Io lasciai una busta sotto il piatto del padre.
Dentro, pochi soldi e una richiesta.
Lo chiesi come favore.
E lui, il padre, accettò.
Non per obbedienza.
Ma per denaro.
Prepararono la stalla.
Spazzarono via il grosso, ma l’odore rimase.
Paglia fresca mischiata a sterco.
Una sola lampada a olio. Nessun pubblico. Solo me.
Seguirono alla lettera le mie richieste.
Portarono una gallina dentro una vecchia gabbia, fecero sfilare una vitella e un somaro per mostrarmi le bestie, il cane gironzolava agitato per la stalla.
La ragazza indossava una camicetta da notte logora e sporca.
Occhi vuoti.
Il fratello invece portava una testa da porco, ricavata dall’ultimo maiale sgozzato .
Dal collo, pendeva una campana rotta.
Nessuno parlò. Nessuno rise.
Il mio spettacolo privato ha inizio.
Entrarono carponi.
Come animali.
Come esseri che avevano dimenticato l’equilibrio.
Strisciarono nel fieno.
Si annusarono.
Lui le girò attorno.
Lei sollevò il bacino, come una femmina in calore.
Non c’era eccitazione.
Solo ritmo, pulsione, ordine ricevuto.
Un attore inaspettato prese parte allo spettacolo entrando in scena.
Il cane di famiglia
che pianto il muso tra le natiche della sua giovane padroncina.
leccando con foga il mix di umori che ancora colavano dalla ragazza.
Frenetico e selvaggio la montò, la madre della giovane tentò di staccare il cane da quella che per lui era la sua cagna.
Mi guardò e senza proferir parola fe feci un cenno con la mano.
Lasciamo al suo posto il cane.
I colpi brutali e rapidi il membro della bestia viola gonfio e pulsante la riempivano.
Vedevo lo sperma di quel cane colare dalla fighetta giovane e spalancata della giovane cagna…
Levatosi il cane si piazzo il fratello, senza ripulire il buco sborrato della sorella entrò.
Iniziò l’atto.
Lento.
Feroce.
Il fieno scricchiolava sotto di loro.
La maschera ondeggiava.
Il viso di lei schiacciato a terra si sporcava.
La coda dell’asino si muoveva ritmica, impaziente come se sapesse che dopo sarebbe toccato a lui.
Il padre lo portò davanti la figlia che ancora veniva pompata dal fratello, la madre strofinò il cazzo del somaro per prepararlo.
Eretto, pronto lo tenne stretto e lo guido verso la bocca di sua figlia, quel gesto era cosi evocativo, una madre che allatta la sua piccola.
La giovane inizio a succhiare per ottenere la sua poppata, sempre più veloce sempre più ingorda.
Finchè un esplosione di “latte di asino” non la fece quasi strozzare, il volto pieno, una maschera di sborra.
Allo stesso tempo il padre aveva preparato la vitella.
Inchinato e con la lingua ben in vista penetrò il buco della bestia, la lecco bene e la dilato, la coda alta e il figlio si sfilò dalla sorella, intenta a farsi ripulire il viso dalla lingua della madre, come gatte si lavarono.
Il ragazzo entrò nella figa della vitella senza che il padre si fosse ancora tolto con la lingua dal succoso buco.
Il vecchio si mise sotto e osservava come la vitella accoglieva il cazzo del figlio che la sborrò al terzo colpo.
Io restavo immobile.
Non toccavo nulla.
Ma ogni movimento mi nutriva.
Il disfacimento dell’identità.
La cancellazione dell’umano.
“Vedete?”
“Non sono fratello e sorella.
Non sono nemmeno persone.”
“Sono funzioni. Sono bisogni. Sono reazioni chimiche in un involucro che si illude di sapere chi è.”
Alla fine, godetti di quella famiglia.
Contava l’atto.
Il teatro dell’abiezione.
Li feci lavare con l’acqua del trogolo.
Nudi. Silenziosi.
Poi uscirono.
Senza chiedere nulla.
Io rimasi ancora qualche minuto.
Respirai a fondo.
Poi scrissi nel mio taccuino:


