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Il Donatore

Serie: Il Collezionista di Ombre – Episodio 5 “La medicina guarisce. Noi, invece, impiantiamo il desiderio.” KLINIKA11 non appariva in nessun elenco ufficiale. Era una struttura medica privata, esclusiva, nascosta dietro una fondazione per la fertilità. Aperta solo su invito, e solo a donne “non idonee” secondo i criteri classici: Single, over 35, giudicate troppo…
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Serie: Il Collezionista di Ombre – Episodio 5

“La medicina guarisce.
Noi, invece, impiantiamo il desiderio.”


KLINIKA11 non appariva in nessun elenco ufficiale.
Era una struttura medica privata, esclusiva, nascosta dietro una fondazione per la fertilità.
Aperta solo su invito, e solo a donne “non idonee” secondo i criteri classici:
Single, over 35, giudicate troppo libere, troppo sole… troppo consapevoli.

Qui non si parlava di fecondazione assistita.
Qui si parlava di programmazione del piacere gestazionale.


Lei era entrata con discrezione.
Trentanove anni. Elegante. Separata.
Non cercava un marito.
Cercava un figlio.
Ma lo voleva… nel suo modo.

Aveva letto di noi su un forum oscurato.
Aveva inviato la candidatura.
Una mail secca: “Sono pronta a ricevere, anche senza amore. Voglio solo verità.”

Venne selezionata.
Ricevette l’invito.
Entrò nella KLINIKA11 alle 10:05 del mattino, senza sapere che sarebbe uscita cambiata per sempre.


La ricevette una donna in camice bianco.
Sguardo clinico, sorriso assente.

“Niente domande. Solo esami.
I nostri Donatori non incontrano chi non è pronta.”


PRIMA VISITA – giorno 1
Le fu chiesto di spogliarsi completamente.
La fecero stendere su un lettino ginecologico d’acciaio, gambe nei supporti, braccia distese lungo i fianchi.

Vennero inseriti strumenti per la rilevazione automatica della dilatazione.
Un braccio robotico le esaminò la cervice.
Un monitor registrava ogni reazione involontaria: umidità, calore, tensione pelvica.

“Stai rispondendo molto bene,” le sussurrò l’assistente mentre le sfiorava il ventre con i guanti in lattice.

Quando fu pronta, le applicarono un dilatatore vaginale e una sonda vibrante.
Non per inseminazione.
Ma per abitazione: lo avrebbe tenuto 24 ore, per abituare il corpo all’idea di accogliere qualcosa di non suo.


SECONDA VISITA – giorno 3
Le venne somministrata una flebo contenente ormoni sintetici e neurostimolanti.
Durante l’infusione, venne fatta sedere su una poltrona inclinabile, i seni scoperti, elettrodi collegati ai capezzoli.

Un assistente uomo, con mascherina, le posizionò due dita tra le labbra.

“Rilassati. Respira. Il tuo corpo vuole collaborare.”

Con voce ferma le ordinò di aprire le cosce.
Una sonda calda le fu inserita nella vagina.
Non era sterile.
Era viva.
Il Donatore era entrato.


TERZA VISITA – giorno 5: il Trattamento
Le gambe erano già abituate a rimanere aperte.
I suoi fluidi erano stati analizzati, dosati, amplificati.
Il suo utero era pronto.

Io entrai per la prima volta.

Camice grigio.
Guanti neri.
Mascherina chirurgica.
Il volto invisibile.
Solo la voce.

Le accarezzai il ventre, poi le presi il mento.
I suoi occhi erano lucidi, ma fissi.

“Non sei malata.
Sei fertile di un piacere nuovo.
Io non sono il padre.
Io sono l’origine.”

Mi inginocchiai tra le sue gambe.
La mia lingua fu la prima penetrazione.
Lenta. Umida. Clinica.
Non c’era amore.
C’era bisogno.

Poi venne la sonda.
Il seme era vivo. Caldo. Fresco.

Le fu iniettato direttamente, senza anestesia.
Lei gemette. Ma non di dolore.

“Tienilo tutto dentro,” le ordinai.
“Fai spazio. Accogli.”


Quando ebbe l’orgasmo, il monitor tracciò una curva perfetta.
Lei sorrise, per la prima volta.


“Il protocollo è completato.”

Fu allora che le venne fatto firmare il Modulo 27b:
“Autorizzazione alla dipendenza post-fertilizzazione.”

Sotto, in piccolo:

Accetto di desiderare ancora, anche dopo l’impianto.
Accetto di appartenere, anche senza vincolo legale.
Accetto di godere, anche nel dolore del parto.


“La medicina guarisce.
Ma noi… impiantiamo necessità.
Il mio seme non ha solo creato vita.
Ha creato dipendenza.”

QUARTA FASE – giorno 20: Il Monitoraggio

La paziente viene convocata senza preavviso, di notte.
La stanza è diversa: pareti insonorizzate, luce rossa soffusa, musica a bassa frequenza.
La fanno spogliare. Completamente.
Non per umiliarla.
Ma per liberarla dal concetto di “dignità”, che qui non serve più.

Viene fatta sdraiare su una lettiga riscaldata, le gambe nuovamente aperte.
Ma stavolta il tocco è diverso.

Due infermiere la ungono lentamente con gel a conduzione, dalla base del collo fino al pube.
Il suo ventre, ora più teso, vibra sotto le mani guantate.
Le si applica una fascia addominale con tre sensori a contatto diretto con l’utero.
Vengono rilevate:

  • Frequenza fetale
  • Reazioni uterine
  • Attivazioni erotiche spontanee

Una voce guida esce da un altoparlante:

“Ascolta il battito di ciò che hai dentro.
È tuo. Ma lo abbiamo creato noi.
Ogni battito è la prova che sei stata presa.
E che hai goduto nel diventarlo.”


Il Collezionista entra in silenzio.
Si avvicina al lettino.
Non per visitarla, ma per riprogrammarla.

“Sai che puoi partorire anche senza dolore.
Ma non qui.
Qui partorirai godendo.
Come una sacerdotessa fertile,
non una madre convenzionale.”

Le accarezza il ventre, poi abbassa lentamente la bocca fino al basso ventre.
Con la lingua sfiora il punto in cui l’utero pulsa sotto pelle.

“Senti?
È la tua ombra che cresce.
Il mio seme ha trovato casa.”


Le gambe tremano.
Non per paura.
Per un nuovo piacere:
essere fertile, esposta, guidata.

Durante l’orgasmo — sì, anche in questa fase — il battito fetale aumenta, come se anche il nascituro partecipasse al rito.

“Lo stai già nutrendo.
Con il tuo desiderio.”


Al termine della seduta, viene firmato il Modulo 41d:
“Autorizzazione alla stimolazione sensoriale durante la gestazione.”

“Accetto di essere visitata, toccata, eccitata durante il periodo di gravidanza,
per mantenere attivo il legame tra corpo, seme e risultato.”


“Qui non esistono madri.
Solo santuari.
E ciò che cresce dentro di loro…
è la nuova forma del peccato benedetto.”

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