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CAMERA 7 – IL RITUALE DELLA MASCHERA

(Racconto 1 – Il Collezionista di Ombre) “Non tutti entrano in Camera 7.Solo chi porta dentro sé un buio più grande del mio.” La chiamavano Hotel Eremo, ma di sacro non aveva nulla. Solo silenzi, velluti logori e specchi antichi che non riflettevano mai la verità.Lo scelsi perché in quel luogo le regole erano sospese.…
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Corridoio gotico con la porta della Camera 7 semiaperta e una luce rossa inquietante che filtra all’interno. Atmosfera erotica e misteriosa, perfetta per racconti gotico-sensuali e ambientazioni horror.

(Racconto 1 – Il Collezionista di Ombre)

“Non tutti entrano in Camera 7.
Solo chi porta dentro sé un buio più grande del mio.”


La chiamavano Hotel Eremo, ma di sacro non aveva nulla. Solo silenzi, velluti logori e specchi antichi che non riflettevano mai la verità.
Lo scelsi perché in quel luogo le regole erano sospese. Nessun documento all’ingresso. Solo un nome, fittizio. E un desiderio da confessare.

Lei si faceva chiamare Eva.
Entrò in silenzio. Minuta, pelle diafana, vestita di nero come una vedova che ha appena imparato a godere. I suoi occhi dicevano tutto: cercava una via per perdersi. Mi fu ceduta da un padre alcolizzato che violò la sua stessa carne più e più volte, il lutto della giovane era per quei figli mai nati concepiti dallo sporco seme che diede la vita a lei stessa, lo stesso padre che le riservava tali attenzioni la svendette per pochi denari e pagarsi vizi ben più importanti.

Entrò con passo incerto.
scarpe logore, vestito nero, pelle chiara come latte versato sull’altare.
Non sapeva chi fossi, ma lo avvertì appena varcò la soglia: io non ero un uomo. Ero la fine di una ricerca.

“Spogliati della tua volontà,” le dissi.
Lei obbedì come chi non ha mai avuto il coraggio di disubbidire.
Fu allora che indossai la maschera. Il becco lungo, la pelle cucita, la voce che filtrava deformata da un tempo perduto.
Non c’erano telecamere, solo le ombre.

Le chiesi di inginocchiarsi.
Di offrire la bocca come un calice.
E mentre il mio guanto le sfiorava il mento, lei tremava. Ma non per paura. Per riconoscimento.

“Tu sei stata scelta,” sussurrai.
E cominciò il rituale. Tirai fuori il mio scettro turgido e liberai il mio santo piscio nella sua gola.

Ogni suo respiro era un sì non detto.
Ogni gemito, una preghiera oscena.
Le feci baciare la punta del becco, e del cazzo con devozione. Le legai i polsi con nastro nero serico, e la guidai con lentezza dentro la perdizione.

Non cercava piacere.
Cercava un’autorità più profonda del padre, del marito, del Dio che non la puniva più.

Quando la presi, il suo corpo si tese come corda di violino. Ma era la mente che veniva penetrata.
Lei piangeva, rideva, gemeva. Io restavo freddo.

Sentivo la sua giovane voce pronunciare oscenità, volevo sentirla pregare, implorare, mentre spingevo fino a quell’utero abusato, la sua candida voce pronunciava parole perverse e blasfeme le sue preghiere oscene mi estasiavano.
Fino al momento in cui il mio seme – benedetto come un veleno – la sigillò nel patto.


“Camera 7 non è una stanza. È un portale.
Chi vi entra, lascia qualcosa dietro.
E io la colleziono.”

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